Il rumore delle cose nuove, le bugie e il coraggio di cambiare

Paolo Genovese porta alla Festa del Cinema di Roma un racconto corale sulle verità che preferiamo non conoscere. Emanuela Fanelli e Claudio Santamaria sono il cuore di un film che, anche nei momenti più dolorosi, continua a cercare una possibilità di riscatto.

Orizzonti Culturali | Festa del Cinema di Roma

«I quadri dritti urlano Ikea!». Claudio Santamaria lo dice con il gusto di chi ha trovato una battuta capace di raccontare un personaggio meglio di molte spiegazioni. I quadri storti sono quelli che Elio tiene appesi in casa, dove vive da solo, protetto da un'ironia che scoraggia le domande e da abitudini che sembrano non prevedere ospiti. È uno dei protagonisti di Il rumore delle cose nuove, il nuovo film di Paolo Genovese presentato alla Festa del Cinema di Roma.

Santamaria compare nei titoli «con la partecipazione di», una formula che non rende giustizia al peso del suo personaggio. Elio è uno di quegli uomini che hanno trasformato la solitudine in un sistema di difesa. Ha una risposta pronta per tutto, purché nessuno provi ad avvicinarsi troppo. L'attore lo racconta con un'immagine efficace: «Si è rinchiuso in quattro mura; aspetta che la polvere lo sommerga e lo soffochi, che lo faccia dimenticare».

A incrinare quella routine arriva Alba, interpretata da Emanuela Fanelli. La donna entra nella sua casa per occuparsi delle pulizie e di alcune necessità quotidiane. I loro incontri cominciano così, tra una tazza di tè, qualche battuta e la confidenza che può nascere quando due persone smettono gradualmente di recitare la parte che hanno scelto per proteggersi.

È una delle relazioni attorno alle quali Genovese costruisce un film corale, popolato da uomini e donne che mentono, nascondono, rimandano decisioni e cercano di convincersi che le cose possano continuare come prima. Le storie procedono in parallelo e finiscono per entrare in contatto, secondo un meccanismo narrativo che il cinema ha esplorato spesso e con risultati molto diversi.

Il riferimento più immediato è America oggi di Robert Altman, con il suo mosaico di esistenze comuni tratte dai racconti di Raymond Carver. Ma vengono in mente anche Magnolia di Paul Thomas Anderson e 21 grammi di Alejandro González Iñárritu. In quei film le vite si sfiorano o si scontrano, talvolta per caso, e un gesto apparentemente secondario può avere conseguenze imprevedibili. Non c'è necessariamente una lezione da imparare né una ricompensa per chi soffre.

Genovese condivide l'interesse per gli incroci del destino, ma appartiene a un'altra sensibilità. Anche quando mette in scena rapporti dolorosi e comportamenti difficili da giustificare, il suo cinema conserva una fiducia ostinata nella possibilità di cambiare. Dove Altman lascia spesso i personaggi dentro le loro contraddizioni, Genovese cerca un percorso che dia alle ferite almeno la prospettiva di una guarigione. È una differenza importante, che rende Il rumore delle cose nuove riconoscibile e, in alcuni passaggi, anche troppo rassicurante.

Il regista ha spiegato durante la conferenza stampa che esiste un filo rosso tra questo film, Perfetti sconosciuti e Follemente: «Il tema del non detto, del nascosto». Nel primo erano i telefoni a custodire i segreti; nel secondo si entrava nella mente dei protagonisti per ascoltare i pensieri che non avevano il coraggio di esprimere. Qui, dice Genovese, si arriva ai «segreti dell'anima», alle verità che preferiamo lasciare indisturbate perché potrebbero cambiare la nostra vita.

«Mi interessano le conseguenze della verità e delle bugie», precisa. È un'affermazione che aiuta a capire il film: il punto non è tanto scoprire chi mente, quanto osservare ciò che una menzogna produce nel tempo. Ci sono bugie dette agli altri, omissioni spacciate per delicatezza e, soprattutto, le storie che raccontiamo a noi stessi per non affrontare una realtà scomoda.

In questo intreccio, la vicenda di Alba è la più dolorosa. Vive con Umberto, interpretato da Edoardo Pesce, un uomo ammirato per il suo impegno nella clownterapia con bambini oncologici. La generosità che mostra all'esterno convive però con un comportamento domestico violento e umiliante. È proprio questa doppiezza a rendere il personaggio inquietante: Umberto non corrisponde all'immagine rassicurante che la società ama farsi delle persone perbene, e nemmeno a quella, troppo semplice, del mostro immediatamente riconoscibile.

Pesce, interrogato sulla frequenza con cui gli vengono affidati ruoli negativi, scherza: «Sono specializzato in questa fetta di mercato». Poi parla seriamente dell'ambiguità di Umberto, della capacità di mostrarsi brillante ed empatico in pubblico e di diventare terribile nell'intimità.

Genovese insiste su un aspetto spesso trascurato quando si racconta la violenza domestica: la difficoltà di chi la subisce a riconoscere fino in fondo la propria condizione e a trovare la forza di uscirne. «Ma perché non se ne va? Perché non lo abbandona?», ripete, richiamando le domande che arrivano abitualmente dall'esterno. La risposta non può essere semplice, perché coinvolge dipendenze materiali, condizionamenti psicologici e la speranza che la persona amata possa cambiare.

«Cento mazzate e un sorriso: ti attacchi al sorriso», osserva il regista. È una frase dura, che descrive con efficacia il meccanismo attraverso il quale una promessa o un piccolo gesto di tenerezza possono tenere in vita una relazione distruttiva.

Emanuela Fanelli ha scelto di interpretare Alba partendo da una considerazione diversa da quella che ci si potrebbe aspettare. «Non volevo commettere l'errore di pensarla una donna fragile», racconta. Alba possiede una fiducia spontanea nelle persone, una luminosità che la convivenza con Umberto progressivamente soffoca. Non è ingenua perché incapace di capire: è una donna che continua a sperare, anche quando la realtà le offre poche ragioni per farlo.

«Chi si fida degli altri, della vita e del mondo credo sia fortissimo», aggiunge Fanelli. È questa la chiave della sua interpretazione. L'attrice evita di ridurre Alba a una vittima definita soltanto dalla sofferenza. Le lascia una personalità, una tenerezza, perfino una leggerezza che resistono sotto il peso delle umiliazioni.

Fanelli è particolarmente brava nel mostrare quanto lo sguardo di Umberto abbia finito per condizionare quello che Alba rivolge a se stessa. Le esitazioni, le parole trattenute, la paura di sbagliare restituiscono il progressivo restringersi dello spazio personale di una donna. Ma sotto quella cautela rimane una vitalità che l'attrice non perde mai di vista.

Il contrasto con Elio dà vita ai momenti più riusciti del film. Santamaria costruisce un uomo sarcastico, orgoglioso, poco disposto a concedere agli altri la soddisfazione di compatirlo. La sua sedia a rotelle fa parte della sua vita, ma non esaurisce la sua identità. «Il suo impedimento non è dovuto al fatto che è costretto su una sedia a rotelle: è aver chiuso il cuore in una gabbia», spiega l'attore.

Elio teme soprattutto di esporsi di nuovo al dolore. Preferisce i quadri storti, le battute e il disordine rassicurante di una casa nella quale nessuno sembra autorizzato a spostare nulla. Santamaria sottolinea che il personaggio non cerca una donna che lo salvi per pietà. E il film, nei suoi momenti migliori, rispetta questa intenzione.

Tra Elio e Alba si crea una complicità che passa attraverso l'umorismo e i gesti più ordinari. Non c'è bisogno di grandi dichiarazioni perché il loro rapporto acquisti consistenza. Basta osservare come cambia il modo in cui si parlano, come imparano a riconoscere le esitazioni dell'altro e a sorriderne insieme. La loro intesa ha una naturalezza che manca ad alcune delle situazioni più costruite del racconto.

Attorno a loro si muovono gli altri personaggi, ognuno alle prese con una particolare forma di reticenza. Vittoria Puccini interpreta Andreina, convinta che tacere alcune verità sia un modo per proteggere chi si ama. «È l'esperta delle bugie», dice l'attrice, ammettendo di aver trovato il personaggio distante dal proprio modo di pensare. Andreina non si considera disonesta: crede piuttosto di sapere quali verità gli altri possano sopportare.

Claudia Pandolfi è Viola, una donna segnata dalla frustrazione professionale, che finisce per riversare il proprio malessere nella relazione affettiva. Pandolfi ne parla senza cercare attenuanti: «Tutto quello che sceglie di non fare diventa un grande rumore». Il personaggio è interessante proprio perché il suo disagio non si traduce necessariamente in gesti clamorosi. A volte è l'immobilità, la rinuncia a scegliere, a produrre i danni maggiori.

Stefano Accorsi ha richiamato durante la conferenza stampa l'importanza dei percorsi interiori che non seguono una logica immediatamente riconoscibile. Spesso, osserva, le persone agiscono sotto la spinta di qualcosa che appartiene al passato e che nemmeno loro comprendono del tutto. Lino Musella, parlando del proprio personaggio, Ralph, ha ricordato invece come in una storia corale ciascuno finisca per esistere anche attraverso le decisioni degli altri.

È un principio che Genovese cerca di tradurre anche nelle scelte visive. Il regista ha spiegato di aver utilizzato particolari sfocature nei flashback per dare al passato un carattere estraniante. Nelle scene ambientate nel presente, invece, la macchina da presa rimane spesso vicina ai volti, lasciando il mondo circostante ai margini dell'inquadratura. Alcune figure secondarie restano addirittura senza volto. L'intenzione, racconta, è tenere lo spettatore accanto ai protagonisti e alle loro solitudini.

La soluzione funziona soprattutto quando il film si affida agli attori senza cercare di spiegare troppo. Fanelli rende percepibile la forza di Alba proprio nei momenti in cui il personaggio sembra averne meno. Pesce restituisce l'ipocrisia di Umberto senza trasformarlo in una caricatura. Santamaria, con una battuta o un cambiamento quasi impercettibile di espressione, lascia intravedere la vulnerabilità dietro la scorza ironica di Elio.

Non tutto, però, trova lo stesso equilibrio. La costruzione a incastri richiede coincidenze e svolte che talvolta si avvertono come interventi troppo evidenti della sceneggiatura. E la volontà di offrire ai personaggi una prospettiva di cambiamento finisce per attenuare parte dell'asprezza delle situazioni affrontate. È qui che il confronto con Altman, Anderson e Iñárritu diventa meno favorevole a Genovese: nei loro film l'imprevedibilità della vita non è obbligata a trasformarsi in una forma di consolazione.

Ma sarebbe ingiusto chiedere a Il rumore delle cose nuove di essere un film diverso da quello che vuole essere. Genovese cerca una forma di racconto popolare capace di affrontare argomenti difficili senza rinunciare all'emozione e alla speranza. A volte la ricerca di un approdo rassicurante semplifica ciò che era stato osservato con maggiore finezza. Altre volte, invece, sono proprio i personaggi a sottrarsi agli schemi, grazie alla qualità degli interpreti.

Il risultato è un film diseguale ma coinvolgente, che trova il suo centro più convincente nella relazione tra Alba ed Elio. Fanelli e Santamaria danno corpo a due persone molto diverse, entrambe abituate a proteggersi, che cominciano a scoprire nell'altro uno spazio in cui essere se stesse.

E alla fine, ripensando al film, tornano in mente quei quadri storti. Non perché debbano necessariamente essere raddrizzati, ma perché Elio, con la sua ironia, ci ha fatto capire quanto sia difficile permettere a qualcuno di entrare in casa e cambiare anche soltanto la posizione di un oggetto.

Stefania Proietti per Orizzonti Culturali – Festa del Cinema di Roma, 13 ottobre 2026