LE MAESTRANZE DEL CINEMA

Il Premio Internazionale Cinearti "La Chioma di Berenice" e l’arte di costruire un film

Il cinema è probabilmente l’arte collettiva per eccellenza. Nessuna immagine nasce da sola. Ogni inquadratura è il risultato di competenze artistiche, tecniche e artigianali che dialogano tra loro fino a costruire un linguaggio comune.

Spesso il dibattito si concentra quasi sempre sugli attori, sui registi, sui film che vincono, sugli incassi o, negli ultimi anni, sulla crisi delle sale e sull'avanzata delle piattaforme digitali. Molto più raramente ci si ferma a riflettere su ciò che rende possibile un film prima ancora che arrivi sullo schermo.

È proprio da questa consapevolezza che nasce, quasi trent'anni fa, il Premio Internazionale Cinearti La Chioma di Berenice, promosso dalla CNA. Un premio che ha scelto di dedicare il proprio sguardo a quelle professionalità che raramente occupano il centro della scena ma che contribuiscono in maniera decisiva alla qualità di un'opera cinematografica: scenografi, costumisti, truccatori, acconciatori, arredatori, direttori della fotografia, montatori, compositori. Mestieri diversi, accomunati da una stessa responsabilità: trasformare un'idea scritta su una pagina in un mondo credibile.

La XXVII edizione, ospitata alla Casa del Cinema di Roma, ha confermato questa vocazione. Più che una semplice cerimonia di premiazione, è stata l'occasione per riportare l'attenzione sul valore del lavoro, della progettazione e delle competenze che sostengono il cinema ben prima dell'incontro con il pubblico.

Perché le maestranze raccontano il cinema

Esiste una parola che ricorre spesso quando si parla di cinema: autore. È una parola importante, perché ogni opera nasce da uno sguardo, da una sensibilità, da una visione del mondo. Ma il cinema ha una particolarità che lo distingue da quasi tutte le altre arti: nessun autore può trasformare da solo la propria idea in un film.

Tra la pagina scritta e l'immagine esiste un territorio complesso fatto di scelte, competenze, sperimentazione e capacità di risolvere problemi. È qui che entrano in gioco le maestranze. Non sono semplicemente figure tecniche chiamate a eseguire un progetto già definito. Partecipano alla costruzione dell'opera, ne interpretano il linguaggio, traducono intuizioni creative in elementi concreti. La scenografia definisce gli spazi nei quali si muovono i personaggi, il costume ne racconta il carattere, il trucco modifica la percezione del volto, la fotografia decide il rapporto tra luce e ombra, il montaggio costruisce il tempo del racconto.

È un lavoro che il pubblico raramente vede e proprio per questo rischia di essere dato per scontato. Eppure, è difficile immaginare un grande film senza la qualità di questo patrimonio di competenze.

Negli ultimi anni il dibattito sul cinema si è concentrato soprattutto sulle trasformazioni del mercato audiovisivo: la competizione con le piattaforme digitali, il cambiamento delle abitudini del pubblico, la difficoltà delle sale cinematografiche, la ricerca di nuovi modelli produttivi. Questioni reali, che hanno modificato profondamente il settore. In questo scenario, la Chioma di Berenice continua però a porre una domanda diversa. Prima ancora di interrogarsi sul destino dell'industria cinematografica, richiama l'attenzione sul valore del lavoro che rende possibile ogni film.

È probabilmente proprio questa la sua caratteristica più originale. Non celebra soltanto il risultato finale, ma ciò che lo rende possibile.

Questa impostazione è emersa con chiarezza anche nel corso della XXVII edizione, ospitata alla Casa del Cinema di Roma. La presenza del presidente nazionale della CNA Dario Costantini, del presidente di CNA Cinema e Audiovisivo Gianluca Curti, del presidente di CNA Benessere e Sanità Massimiliano Peri, insieme alla direzione artistica di Antonio Flamini e alla presidenza di Graziella Pera, ha ribadito la continuità di un Premio che, dalla sua nascita nel 1998, continua a riconoscere il valore culturale e professionale dei mestieri del cinema.

La conduzione di Carolina Rey e Tommaso Giuntella ha accompagnato una serata costruita intorno ai riconoscimenti assegnati alle diverse professionalità del settore, ricordando come ogni opera cinematografica sia il risultato di un lavoro condiviso.

Il costume non è un dettaglio

Tra i riconoscimenti assegnati nel corso della serata, il Premio Speciale alla Sartoria Farani offre una delle chiavi più efficaci per comprendere il significato della manifestazione. Storica realtà romana attiva da oltre sessant’anni nel cinema, nel teatro e nella televisione, la Sartoria ha collaborato con autori come Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini e Franco Zeffirelli. Il riconoscimento richiama il valore di un patrimonio artigianale che ha accompagnato alcune stagioni centrali dello spettacolo italiano.

Quando si osserva un film, il costume viene spesso percepito come un elemento estetico, qualcosa che contribuisce alla bellezza dell'immagine. In realtà il suo compito è molto più complesso. L'abito è uno strumento di narrazione. Non serve soltanto a collocare un personaggio in un'epoca o in un contesto sociale. Racconta il suo carattere, suggerisce il modo in cui abita il mondo, accompagna l'evoluzione della sua identità. Prima ancora che un attore pronunci una battuta, il pubblico ha già ricevuto una serie di informazioni attraverso ciò che indossa.

È un linguaggio discreto, quasi invisibile. Proprio per questo estremamente potente. Se funziona, nessuno lo nota. Se manca o è incoerente, l'intera costruzione narrativa perde credibilità.

Il riconoscimento alla Sartoria Farani richiama quindi un tema più ampio: il cinema è fatto di competenze che spesso non chiedono di essere viste, ma di essere riconosciute. È un lavoro paziente, fondato sulla ricerca, sulla conoscenza dei materiali, sulla capacità di dialogare con registi, scenografi, direttori della fotografia e attori. Ogni scelta contribuisce alla costruzione di un equilibrio complessivo. Nulla è realmente isolato.

Una serata che parla di cinema, non solo di premi

Questa attenzione al processo creativo attraversa l'intera identità della Chioma di Berenice. A differenza di molti altri riconoscimenti, il Premio non nasce per individuare semplicemente "il migliore", ma per ricordare quanto il cinema sia un'opera corale. È un punto di vista che, negli anni, ha costruito una propria identità culturale, riportando al centro professionalità che raramente occupano il dibattito pubblico.

La stessa articolazione dei riconoscimenti racconta questa scelta. Accanto ai premi dedicati alla regia, agli interpreti o al miglior film, trovano spazio categorie che restituiscono visibilità al lavoro di costumisti, scenografi, truccatori, acconciatori, arredatori, direttori della fotografia, compositori, montatori, produttori e documentaristi. Non come figure secondarie, ma come protagonisti di un processo creativo condiviso.

Scorrendo l'elenco dei vincitori emerge con chiarezza questa pluralità di competenze: Marco Perna per l'acconciatura di FuoriLuigi Rocchetti per il trucco di Itaca – Il ritornoUrsula Patzak per i costumi di DuseAndrea Castorina per la scenografia de La città proibitaMauro Pagani per la colonna sonora de Le assaggiatriciCesare Bastelli per la fotografia de L'orto americanoMarco Martucci per l'arredamento de La città proibita, fino ai riconoscimenti per Gabriele MainettiMichele RiondinoDonatella FinocchiaroVivo FilmGiogiò FranchiniSilvio SoldiniSusanna NicchiarelliEmanuele Vicorito e Toni D'Angelo.

Tra i riconoscimenti assegnati nel corso della serata, quello per la Migliore Fotografia a Cesare Bastelli per L'orto americano di Pupi Avati, che assume un significato particolare per il percorso di ricerca del nostro Studio Luca Musk Art.

Bastelli è una delle figure più autorevoli della fotografia cinematografica italiana. Collaboratore storico di Pupi Avati, ha contribuito, attraverso il suo linguaggio visivo, a definire l'identità di gran parte della filmografia del regista bolognese, collaborando nel corso della sua carriera anche con Marco Bellocchio, Roberto Faenza e Marco Ferreri.

Il dialogo con Cesare Bastelli accompagna da tempo anche il percorso di ricerca dello Studio Luca Musk Art. In occasione della International Production Design Week 2025 dedicata a Pupi Avati, il direttore della fotografia ha concesso alla nostra redazione un'intervista esclusiva e ha autorizzato la rielaborazione artistica di una selezione delle sue fotografie di scena, oggi parte integrante del progetto Pupi Avati Art Exhibition, dedicato allo studio del linguaggio visivo e della dimensione artistica del cinema di Pupi Avati.

È anche attraverso professionalità come quella di Cesare Bastelli che si comprende il senso della Chioma di Berenice. Più che una semplice successione di premi, il palmarès restituisce l'immagine di un cinema costruito dall'incontro di competenze differenti, ciascuna chiamata a contribuire, con il proprio linguaggio, alla realizzazione dell'opera.

Tra i protagonisti della serata anche Maurizio Nichetti, premiato con il riconoscimento alla carriera, che ha riportato l'attenzione su un aspetto centrale della propria esperienza artistica. Guardando alle professionalità celebrate dalla Chioma di Berenice – dal trucco alle acconciature, dai costumi alla scenografia – ha osservato come il cinema contemporaneo possa contare su una progettazione sempre più articolata e su risorse dedicate alle diverse maestranze. Ha quindi ricordato gli anni dei suoi esordi, quando il suo cinema nasceva in condizioni molto più essenziali, affidandosi soprattutto all'inventiva e alla capacità di trasformare ogni limite produttivo in una possibilità espressiva.

È una concezione che attraversa tutta la sua opera: un cinema artigianale, costruito con creatività, sperimentazione e manualità, nel quale il valore delle maestranze non dipende dall'entità dell'investimento economico, ma dalla qualità delle idee e dalla competenza di chi le rende possibili.

A riassumere il senso del suo percorso sono state poche parole, pronunciate con la semplicità di chi ha dedicato un'intera esistenza al grande schermo: «Il cinema per me non è un lavoro. Il cinema è la mia vita».

Una domanda che riguarda il cinema

Tra gli incontri della serata ce n'è stato uno che ha riportato il discorso dal Premio al cinema. Barbara Bouchet rappresenta una stagione del cinema italiano che ha attraversato generi diversi, dal cinema popolare alla commedia, dal thriller al cinema d'autore. Per molte persone della mia generazione è stata anche un riferimento di eleganza, stile e femminilità. Da questo ricordo è nata una domanda che non riguardava soltanto la sua carriera.

Le ho detto:

Cara Barbara, sei sempre stata un'immagine di riferimento per me e per molte ragazze della mia generazione che ti hanno vista al cinema come icona di bellezza e grazia. Le chiedo: quanto è cambiato il cinema dagli anni Settanta, quando la guardavo come esempio di bellezza e di stile, rispetto ad oggi? Che cosa possiamo prendere da un film oggi, che si possa portare con noi una volta finita la visione, che ci rimanga dentro e continui a risuonare e a parlarci?

Barbara Bouchet mi ha guardata.

Ha sorriso.

Ha riflettuto qualche istante.

Poi mi ha risposto con poche parole.

«Poco... poco. Mi dispiace: niente.»

La nostra conversazione si è fermata lì. Ma quella domanda è rimasta aperta e, quella sì, ha continuato a risuonare dentro di me. Forse è una di quelle domande che non cercano una risposta definitiva, ma che continuano ad accompagnare il nostro modo di guardare il cinema e, attraverso il cinema, anche noi stessi.

 

Graziella Pera: «Il costume veste l'anima del personaggio»

Stefania Proietti – Nel corso della serata ha ricordato più volte quanto il costume sia parte integrante della costruzione di un film. Quanto è importante oggi il lavoro del costumista?

Graziella Pera – I costumi sono una parte essenziale di un film. Il cinema racconta una storia attraverso le immagini e quelle immagini sono fatte dalla scenografia, dalla fotografia, dalla luce che illumina i personaggi e, naturalmente, dai costumi.

Il regista e la sceneggiatura sono il punto di partenza, ma il costume è fondamentale perché il costumista disegna il personaggio. Studia il copione, ne comprende il carattere e costruisce un abito coerente con ciò che è stato scritto.

Il costume veste l'anima del personaggio. È ciò che accompagna l'attore durante tutta la sua interpretazione. Se non gli dai qualcosa di giusto, anche il personaggio rischia di non essere sentito fino in fondo. Per questo il rapporto tra costumista e attore è essenziale.

Stefania Proietti – Quanto studio c'è dietro questo lavoro?

Graziella Pera – Tantissimo. Il costumista è una persona che deve possedere una solida preparazione culturale. Deve conoscere la storia del costume, degli abiti, delle epoche, dei materiali.

Ma tutto nasce dalla lettura del copione.

Immaginiamo una commedia brillante. Se il protagonista è un personaggio divertente, magari un po' cialtrone, non posso vestirlo con una giacca qualsiasi. Devo costruirne il carattere.

Anche una semplice camicia è pensata. Lo sono le proporzioni dei pantaloni, un calzino, un accessorio. Ogni elemento contribuisce a raccontare quel personaggio.

I costumi vivono nel movimento della scena.

Stefania Proietti – Quindi il costume dialoga con tutti gli altri reparti.

Graziella Pera – Certamente. Dialoga con la scenografia, con gli oggetti di scena, con il trucco e con le acconciature.

Un tempo il costumista coordinava anche questi aspetti, perché quando disegna un bozzetto crea l'intero personaggio: immagina il volto, l'acconciatura, il trucco, l'abito.

Per questo tutti i grandi film hanno avuto grandi costumisti. E quelli italiani sono stati davvero straordinari.

Stefania Poietti – Credo che questo derivi anche da una grande tradizione di studio e di ricerca.

Graziella Pera – Anche negli Stati Uniti il lavoro è molto accurato. Sono forse più orientati verso il fantasy e questo può dare un'impressione diversa.

Io, per esempio, non vedo l'ora di vedere L'Odissea di Christopher Nolan.

Non sarà l'Odissea che ricordiamo. Bisogna affrontare questi film con uno sguardo nuovo, perché Nolan riscrive quell'opera attraverso la propria sensibilità.

Ci saranno certamente altri progetti con un'impostazione storica, ma questo sarà qualcosa di diverso.

Ed è proprio così che va guardato: come una nuova interpretazione. C'è una base culturale molto forte, ma da quella nasce un'opera nuova. È questo che mi incuriosisce

Stefania Proietti – Nel corso della sua carriera ha lavorato anche con Maurizio Nichetti e Renzo Arbore.

Graziella Pera – Sì, e mi sono divertita moltissimo.

Con Arbore abbiamo realizzato Indietro tutta!: sessantacinque puntate. La Rai avrebbe voluto continuare, ma lui decise di concludere lì quell'esperienza. Successivamente ho lavorato anche a DOC.

Lavorare con Arbore era bellissimo perché riusciva a trasmettere un'energia contagiosa. Ti dava quello slancio che ti permetteva di esplorare e sperimentare davvero.

Stefania Proietti – Ricordo che Indietro tutta! entrò persino nel linguaggio quotidiano. All'epoca lavoravo come segretario parlamentare presso i resoconti stenografici della Camera dei deputati e mi capitò di leggere l'intervento di un deputato che citava la celebre battuta «Volante uno a volante due...». Era il segno di quanto quel programma fosse ormai entrato nell'immaginario collettivo.

Graziella Pera – È vero. Era un'esperienza creativa straordinaria, e credo che quella libertà sia arrivata anche al pubblico.

Stefania Proietti – Grazie, Graziella, per questa conversazione. Mi auguro che possa essere solo il primo di altri incontri, perché i temi che hai toccato meritano certamente un ulteriore approfondimento.

Un premio che invita a guardare diversamente

È forse proprio questa la ragione per cui un Premio come la Chioma di Berenice continua ad avere una sua identità precisa nel panorama cinematografico italiano. Non perché distribuisca semplicemente riconoscimenti, ma perché invita a osservare il cinema da un punto di vista diverso.

Abituati a discutere soprattutto di registi, attori, incassi e classifiche, rischiamo spesso di dimenticare quanto il cinema sia una costruzione collettiva. Ogni film è il risultato di decine di professionalità che lavorano insieme affinché una storia possa diventare credibile. Alcune sono immediatamente riconoscibili, altre rimangono quasi invisibili agli occhi dello spettatore. Eppure, è proprio da questo equilibrio che nasce la qualità di un'opera.

La Chioma di Berenice continua a ricordarlo con un Premio che, anno dopo anno, restituisce visibilità a mestieri che costituiscono una parte essenziale del patrimonio culturale e produttivo del nostro cinema.

Oltre la premiazione

Al termine della serata resta l'impressione che la Chioma di Berenice non voglia limitarsi a celebrare il risultato finale, ma richiami l'attenzione sul percorso che conduce alla realizzazione di un film. Un percorso fatto di ricerca, studio, progettazione, capacità artigianale e dialogo continuo tra professionalità differenti.

È un aspetto che raramente occupa il centro del dibattito pubblico e che proprio per questo merita di essere osservato. Perché ogni volta che il sipario si apre o lo schermo si illumina, il pubblico vede il risultato di un lavoro collettivo iniziato molto tempo prima.

Forse è anche questo il significato più autentico della XXVII edizione del Premio Internazionale Cinearti La Chioma di Berenice: ricordare che il cinema non è soltanto ciò che appare sullo schermo, ma anche tutto ciò che rende possibile quell'immagine.

 

Stefania Proietti
Orizzonti Culturali – Luca Musk Art

Barbara Bouchet nel corso dell'intervista per Orizzonti culturali

Maurizio Nichetti con Graziella Pera

I due artisti premio alla carriera Barbara Bouchet Maurizio Nichetti