PIERA DETASSIS - IL VALORE DI UN CINEMA CHE TORNA A RACCONTARE

Mentre i riflettori dei grandi festival e le cerimonie dei David di Donatello continuano a concentrarsi su numeri, incassi e red carpet, nel cinema italiano si muove una domanda più profonda — e urgente.

In questa intervista esclusiva, Piera Detassis va oltre la superficie e formula un appello che riguarda non solo il settore, ma il senso stesso del fare cinema oggi.

In un tempo segnato da una sovrabbondanza di immagini — che spesso finisce per anestetizzare lo sguardo — la questione diventa inevitabile: che cosa riporta davvero il pubblico in sala?

La risposta è tanto semplice quanto radicale: la sincerità.

Non basta più saper costruire immagini o dimostrare padronanza tecnica. Oggi, sostiene Detassis, l’autore deve esserci. Deve assumersi la responsabilità di uno sguardo, avere il coraggio di raccontare mondi — reali o immaginari — che siano credibili, necessari, attraversati da una visione autentica.

“Il pubblico ha bisogno dell’artista”, osserva.
Un bisogno che è anche una richiesta di orientamento, in un contesto in cui, sempre più spesso, “non si capisce più niente”.

L’autore, allora, non è più soltanto un regista: diventa un testimone. Qualcuno capace di restituire senso e di riattivare quel “secondo pubblico” che oggi resta ai margini, in attesa di riconoscersi di nuovo nello schermo.

Ne emerge il profilo di una figura che non difende un sistema, ma richiama il cinema alla sua funzione più profonda: non solo industria culturale, ma spazio di significato.


David di Donatello: oltre la statuetta, il bisogno di verità

Le luci dei David di Donatello si accendono, come ogni anno, tra nomination e pronostici. Ma sotto la superficie del racconto mediatico si intravede una questione più ampia.

Analizzando i film in concorso emerge una sensazione diffusa: il cinema italiano attraversa una fase di ridefinizione della propria identità.


La filosofia del premio: specchio o selezione?

Nato per celebrare l’eccellenza, il David si trova oggi a riflettere un sistema complesso, in equilibrio tra solidità produttiva e ricerca di senso.

Molti dei titoli in gara mostrano una qualità tecnica indiscutibile. Tuttavia, non sempre questa qualità si accompagna a un’urgenza narrativa altrettanto evidente.

Le storie, in diversi casi, appaiono controllate, misurate, talvolta prudenti.
Meno frequente è quella tensione capace di trasformare un film in un’esperienza necessaria.


L’inedito di Detassis: la sincerità come criterio

È in questo contesto che le parole di Piera Detassis acquistano un significato preciso.

Il suo non è un richiamo alla qualità in senso generico, ma alla presenza dell’autore.
Alla capacità di assumere una posizione, di esprimere una visione riconoscibile.

Non solo “buoni film”, dunque, ma opere che sappiano sostenere uno sguardo.
Non solo costruzione formale, ma necessità espressiva.

È questa dimensione — più difficile da definire, ma immediatamente percepibile — che può fare la differenza tra un film che funziona e un film che resta.


Il livello del dibattito

A leggere la rassegna stampa del giorno successivo, emerge un dato significativo.

Il racconto si concentra in larga parte su nomination, equilibri e dinamiche della cerimonia.
L’elemento più discusso diventa, in molti casi, la scelta dei conduttori: il fatto che non provengano direttamente dal mondo della regia o della recitazione.

Una questione legittima, ma che finisce per occupare uno spazio ampio.

Nel frattempo, resta meno esplorata una domanda più sostanziale:
che cosa stanno raccontando oggi i film italiani, e quale relazione costruiscono con il pubblico?

Non si tratta di una mancanza di attenzione, ma di una selezione implicita delle priorità.

Ed è proprio su questo scarto che l’intervento di Detassis acquista rilievo: perché riporta il discorso su ciò che, nel lungo periodo, determina davvero la vitalità di un cinema.


Il peso dell’autore

Il cinema italiano ha bisogno non soltanto di ridefinire la propria visibilità, ma di interrogare la propria necessità.

Ha bisogno di autori capaci di assumersi il rischio di uno sguardo, di attraversare il presente senza semplificarlo, di restituirne la complessità senza rinunciare alla forma.

Senza questa tensione, il riconoscimento rischia di restare un momento puramente celebrativo.
Con il confronto e con il coraggio di assumersi una visione - anche  alternativa - raccontata con sincerità, forza e originalità,  può invece diventare un segnale concreto e autorevole.

Perché il punto, alla fine, non è solo quali film vengono premiati,
ma quali riescono ancora a entrare in relazione con chi li guarda.

Stefania Proietti - Orizzonti culturali