Antonello Geleng - Nel suo studio, tra scenografia e arte
Entrare nello studio di Antonello Geleng, a San Lorenzo, significa trovarsi davanti a una parte concreta della storia del cinema italiano.
Geleng è uno tra i più visionari scenografi del nostro cinema. Nel 1994 ha vinto il David di Donatello per la migliore scenografia con Dellamorte Dellamore di Michele Soavi.
La sua traiettoria attraversa alcuni nomi decisivi del cinema italiano: Federico Fellini, Ruggero Deodato, Lucio Fulci, Dario Argento, Michele Soavi, Sergio Martino, Lamberto Bava, fino a lavori più recenti come “Dracula 3D”, “La solitudine dei numeri primi”, “Il cartaio” e “Non ho sonno”.
Ma più dei titoli, colpisce il metodo. Nel suo spazio di lavoro si capisce subito che la scenografia, prima di diventare immagine sullo schermo, è costruzione, materia, soluzione, invenzione. Non c’è niente di astratto. C’è il cinema fatto davvero.
Geleng appartiene a una generazione che ha costruito mondi visivi senza scorciatoie, lavorando dentro film che oggi sono diventati di culto, ma che nascevano da problemi pratici, intuizioni forti e una precisa idea dello spazio cinematografico. È questo che rende la sua voce ancora così interessante: non racconta il cinema da fuori, lo racconta da dentro.
Ed è proprio lì che oggi si riapre una questione importante. Perché tornare a una figura come Geleng non significa soltanto rileggere una filmografia. Significa rimettere al centro uno dei mestieri meno raccontati e più decisivi del cinema: quello di chi costruisce l’immagine prima ancora che venga filmata.
Non è un caso che l’attenzione intorno a Dellamorte Dellamore sia tornata a farsi sentire anche negli ultimi tempi, tra restauri, riproposte e rinnovato interesse critico attorno al film.
E forse è proprio questo il momento giusto per tornare a guardare Antonello Geleng da vicino.
Alcuni incontri non esauriscono quello che hanno da dire in una conversazione. Restano aperti. Lasciano intravedere materiali, storie, immagini, memoria di set, lavoro vero. E soprattutto fanno capire che esistono ancora voci capaci di raccontare il cinema italiano da un punto di vista raro: non quello di chi lo commenta, ma quello di chi lo ha costruito.
Su Geleng, oggi, c’è ancora molto da ascoltare.
È anche per questo che tornare oggi a lavorare su una figura come Antonello Geleng assume un valore diverso. Non come operazione nostalgica, ma come possibilità concreta di riaprire un discorso sul cinema attraverso uno dei suoi mestieri più determinanti.
L’incontro nello studio di San Lorenzo va in questa direzione. La conversazione è stata lunga, articolata, piena di passaggi che difficilmente trovano spazio in un racconto breve: lavorazioni, soluzioni tecniche, rapporti con i registi, costruzione degli ambienti.
Una parte di questo materiale è stata registrata e costituisce un nucleo di lavoro più ampio, ancora in fase di sviluppo. Un racconto che richiede tempo, struttura e uno spazio adeguato per essere restituito.
Per ora resta l’esperienza diretta di questo incontro prezioso.
Stefania Proietti - Orizzonti culturali - Restiamo umani
Antonello Geleng nel suo studio con Luca Musk