Pupi Avati, il maestro del perturbante italiano

 

Dal gotico padano alla scena internazionale: il lavoro sull’immaginario avatiano alla International Production Design Week (edizione 2025) e la presenza al Festival di Bari.

Nel panorama del cinema italiano contemporaneo esistono pochi autori capaci di attraversare generi, epoche e linguaggi con la stessa libertà e coerenza di Pupi Avati. Regista, sceneggiatore e narratore di mondi interiori, Avati rappresenta da decenni una delle figure più singolari e affascinanti della cultura cinematografica nazionale: un autore che ha saputo unire memoria, provincia, inquietudine metafisica e racconto popolare in un linguaggio riconoscibile e profondamente italiano.

La sua presenza come ospite al Bif&st – Bari International Film & TV Festival, edizione 2026, uno degli appuntamenti più importanti del cinema italiano, assume oggi un significato che va ben oltre la celebrazione di una carriera. È il riconoscimento di un autore che negli anni ha costruito un immaginario potente e originale e che oggi, grazie anche a nuovi progetti culturali e artistici, torna a essere letto e reinterpretato come una figura centrale del cinema italiano e internazionale.

In questo processo di rinnovata attenzione critica gioca un ruolo importante anche il lavoro di rilettura visiva dell’universo avatiano che negli ultimi anni è stato sviluppato in ambito artistico e curatoriale e che ha trovato una significativa consacrazione internazionale all’interno della International Production Design Week, edizione 2025.

Un momento particolarmente significativo di questo percorso si è svolto il 6 novembre 2024, quando Pupi Avati e Antonio Monda si sono recati presso lo studio dell’artista Luca Muscio, in arte Luca Musk, per visitare la mostra dedicata al cinema horror Bloody Movies, una serie di opere in cui il linguaggio pittorico rilegge alcuni dei momenti più iconici del cinema di genere.

Questo incontro ha rappresentato anche l’occasione per un dialogo diretto sul rapporto tra cinema e arti visive e ha contribuito allo sviluppo del progetto presentato alla International Production Design Week dallo Studio Luca Musk Art, all’interno del quale sono state realizzate una serie di interviste dedicate al linguaggio cinematografico e alla costruzione dell’immagine filmica.

Il corpus audiovisivo del progetto include infatti interventi dello stesso Avati e di Antonio Monda, insieme ad alcune figure chiave del cinema del regista bolognese: il direttore della fotografia Cesare Bastelli, collaboratore storico di Avati, lo scenografo Biagio Fersini, coinvolto nel film L’orto americano, Carlo Poggioli, Presidente dell’Associazione Scenografi e Costumisti Italiani, e il consulente cinematografico Giovanni Gifuni.

Queste testimonianze costituiscono il nucleo di un lavoro di riflessione sul linguaggio visivo del cinema, in cui l’immagine filmica viene analizzata e reinterpretata attraverso un processo di decostruzione e ricostruzione artistica.

Il gotico della pianura: l’universo cinematografico di Avati

Se esiste un film che ha fissato in modo definitivo il contributo di Avati al cinema dell’inquietudine è senza dubbio La casa dalle finestre che ridono.

Uscito nel 1976, il film è oggi considerato uno dei vertici assoluti del cosiddetto gotico padano, una forma di cinema in cui il mistero nasce non da castelli o scenari fantastici, ma dalla provincia italiana.

La pianura emiliana diventa un luogo di tensione narrativa: chiese isolate, archivi dimenticati, case abbandonate e opere d’arte religiose trasformano il paesaggio quotidiano in uno spazio di inquietudine metafisica.

Il protagonista, restauratore chiamato a lavorare su un affresco misterioso, si trova progressivamente immerso in un universo dove arte, religione e memoria si intrecciano generando un perturbante sotterraneo e persistente.

Questa capacità di trasformare la provincia italiana in una dimensione simbolica è uno degli elementi più originali del cinema di Avati. Il suo non è un horror spettacolare, ma un cinema dell’atmosfera, del dubbio, della memoria.

Lo stesso approccio ritorna anche in altri film fondamentali della sua filmografia come Zeder e L’arcano incantatore.

In queste opere il soprannaturale non appare mai completamente esplicito: si manifesta attraverso segnali, presenze invisibili, tracce del passato che continuano a influenzare il presente.

Il ritorno contemporaneo: la continuità del perturbante

Negli ultimi anni il cinema di Avati ha conosciuto una nuova stagione di attenzione critica.

Film come L’orto americano dimostrano come il regista continui a lavorare su alcune delle sue ossessioni narrative fondamentali: il rapporto tra memoria e identità, il mistero nascosto nei luoghi, la dimensione enigmatica del passato.

Questa continuità dimostra come il perturbante avatiano non sia un elemento legato soltanto al periodo del grande cinema di genere italiano degli anni Settanta e Ottanta, ma rappresenti una forma narrativa ancora capace di dialogare con il presente.

L’International Production Design Week: la riscoperta visiva del cinema di Avati

Uno degli aspetti più interessanti della recente rivalutazione dell’opera di Avati riguarda la sua dimensione iconografica.

Il cinema del regista bolognese non è soltanto racconto: è anche costruzione visiva di spazi, architetture narrative, atmosfere e composizioni scenografiche.

Proprio per questo motivo l’universo cinematografico avatiano è stato oggetto di una rilettura artistica contemporanea che ha trovato un importante riconoscimento internazionale all’interno della International Production Design Week.

In questo contesto è stato presentato un progetto artistico dedicato all’immaginario di Avati sviluppato dall’artista visivo Luca Muscio, in arte Luca Musk.

Il lavoro ha dato vita a una vera e propria Pupi Avati Art Exhibition, una serie di opere realizzate con tecniche come acquerello e china che reinterpretano i momenti più iconici del cinema avatiano.

Tra i film oggetto di questa rilettura figurano:

  • La casa dalle finestre che ridono

  • Zeder

  • L’arcano incantatore

  • L’orto americano

Il progetto è stato inserito nel programma ufficiale della International Production Design Week 2025, dove il 17 ottobre è stata presentata una mostra digitale dedicata all’universo visivo di Avati.

Questo passaggio rappresenta un momento particolarmente significativo perché colloca l’immaginario avatiano all’interno di un contesto internazionale dedicato alla progettazione visiva del cinema.

La International Production Design Week è infatti uno degli appuntamenti globali dedicati allo studio delle scenografie, delle architetture cinematografiche e della costruzione dello spazio filmico.

L’inclusione del progetto dedicato ad Avati dimostra come il suo cinema venga oggi riconosciuto non soltanto come esperienza narrativa, ma anche come patrimonio iconografico e visivo capace di dialogare con il mondo del design cinematografico e delle arti visive.

Il lavoro è stato inoltre accompagnato da materiali critici e dalla documentazione dello Studio Luca Musk Art, dove l’universo avatiano è stato reinterpretato attraverso una serie di fine art print che trasformano il fotogramma cinematografico in composizione pittorica.

Un ulteriore elemento significativo è rappresentato dall’endorsement diretto dello stesso Pupi Avati che ne ha riconosciuto il valore artistico e documentale.

Questo dialogo tra cinema e arti visive dimostra quanto l’immaginario avatiano continui a generare nuove forme di interpretazione culturale.

Bari e il dialogo con il cinema italiano

In questo contesto la presenza di Pupi Avati al Bari International Film & TV Festival assume un valore particolarmente significativo.

Bari negli ultimi anni si è affermata come uno dei centri più vitali del cinema italiano, grazie al ruolo del festival e alla crescita del sistema audiovisivo pugliese sostenuto dalla Apulia Film Commission.

Accogliere un autore come Avati significa riconoscere il valore di una tradizione cinematografica che ha saputo raccontare l’Italia attraverso i suoi paesaggi culturali, le sue memorie e le sue inquietudini.

Allo stesso tempo la presenza del regista bolognese al festival rappresenta un ponte ideale tra il grande cinema italiano del passato e le nuove generazioni di spettatori e cineasti.

Conclusione

Il cinema di Pupi Avati rappresenta una delle esperienze più originali della storia del cinema italiano.

Attraverso film come La casa dalle finestre che ridono, Zeder, L’arcano incantatore e L’orto americano, il regista ha costruito un immaginario in cui il mistero nasce dalla memoria, dalla provincia e dalla stratificazione culturale dei luoghi.

Il fatto che oggi questo universo venga reinterpretato anche in ambito artistico e presentato in contesti internazionali come la International Production Design Week dimostra quanto il suo cinema continui a essere fertile terreno di ricerca.

La sua presenza al festival di Bari diventa quindi non soltanto un omaggio a un grande autore, ma anche il segno di una rinnovata attenzione verso un patrimonio culturale che continua a parlare al presente.

Il perturbante italiano di Pupi Avati, nato nelle nebbie della pianura padana, continua oggi a viaggiare tra festival, mostre e nuovi progetti culturali, dimostrando che il cinema può ancora essere un luogo in cui memoria, arte e visione si incontrano.

 

Stefania Proietti - Restiamo umani - Orizzonti culturali