ORIZZONTI CULTURALI

All’interno di Restiamo umani – Sguardi, parole, ritratti nasce Orizzonti culturali, una sezione dedicata agli eventi, ai progetti e alle istituzioni che definiscono il paesaggio contemporaneo. Festival, inaugurazioni, reti professionali e spazi in trasformazione diventano occasioni di analisi e riflessione.
Uno spazio per osservare come la cultura si organizza, si muove e costruisce visioni nel presente.
COSTRUIRE LA SCENA
IL PREMIO FRANCO ZEFFIRELLI
TRA ARTE E RESPONSABILITA’ PUBBLICA
I. Cornice istituzionale e apertura della cerimonia
La prima edizione del Premio Franco Zeffirelli si è svolta nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. La scelta della sede colloca la cerimonia all’interno di uno spazio che, nella storia fiorentina, è stato teatro delle decisioni pubbliche e della rappresentanza civile. L’iniziativa si inserisce così in un contesto che unisce dimensione culturale e responsabilità istituzionale.
Il Premio è istituito dalla Fondazione Franco Zeffirelli e dal Trust Zeffirelli per il Centro Internazionale delle Arti e dello Spettacolo, con l’obiettivo di riconoscere personalità che si siano distinte nei campi della regia, della recitazione, della scenografia e del costume. Il riconoscimento si fonda su criteri professionali dichiarati e su una valutazione affidata a una giuria internazionale.
L’apertura della serata è stata affidata a Pippo Zeffirelli, Presidente della Fondazione, che ha illustrato la genesi del Premio e la volontà di strutturarlo come appuntamento stabile nel tempo. Nel suo intervento ha richiamato l’impegno della Fondazione nel custodire e valorizzare l’eredità artistica di Franco Zeffirelli attraverso strumenti concreti e riconoscimenti fondati sulla competenza. È stata ricordata la medaglia di rappresentanza conferita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, elemento che attribuisce al Premio un riconoscimento formale a livello nazionale.
La conduzione della cerimonia è stata affidata a Matteo Cichero, che ha introdotto i diversi momenti della serata e ha accompagnato il susseguirsi degli interventi e delle consegne, svolgendo il ruolo di cerimoniere e raccordo tra le varie fasi dell’evento.
La dimensione pubblica dell’iniziativa è stata ulteriormente definita dalla presenza delle autorità cittadine e regionali. Sono intervenuti la Sindaca di Firenze Sara Funaro, il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, l’Assessora Cristina Manetti, l’Assessore Giovanni Bettarini e l’Assessore Dario Danti, che hanno partecipato attivamente alla consegna dei riconoscimenti.
Nel suo intervento, Sara Funaro ha richiamato il legame tra Franco Zeffirelli e la città di Firenze citando la lettera del 21 novembre 1966, scritta in occasione dell’alluvione. Ha inoltre fatto riferimento alla figura di suo nonno, collegando la memoria dell’evento alla storia familiare e alla storia civile della città. Il passaggio ha intrecciato dimensione personale e dimensione pubblica, riportando l’attenzione su un momento che appartiene alla memoria collettiva fiorentina. Il riferimento alla lettera ha collocato Zeffirelli dentro un contesto di responsabilità civica che va oltre l’ambito strettamente artistico.
Questo segmento iniziale ha definito con chiarezza il quadro entro cui si è sviluppata la cerimonia: una relazione esplicita tra patrimonio culturale, memoria storica e presenza istituzionale.
II. Premio speciale a Plácido Domingo — consegna Sara Funaro (Sindaca di Firenze)
Dopo il saluto istituzionale, Sara Funaro (Sindaca di Firenze) resta sul palco per consegnare il primo premio speciale della serata a Plácido Domingo. L’introduzione è costruita come un vero passaggio di testimone: Funaro presenta Domingo come figura “molto più” di un interprete, ricordandone la traiettoria internazionale e la capacità di portare l’opera a un pubblico vasto. Menziona la sua carriera da tenore, baritono, direttore d’orchestra e direttore artistico di importanti istituzioni; cita inoltre l’eco popolare dei Tre Tenori (1990) alle Terme di Caracalla, con Luciano Pavarotti e José Carreras, come momento emblematico della sua visibilità planetaria. La sindaca mette poi a fuoco il cuore della consegna: il sodalizio con Zeffirelli, descritto come uno dei legami artistici e umani più fecondi della scena lirica internazionale, durato oltre mezzo secolo. Chiude lasciando spazio alla voce del premiato, insistendo su una triade valoriale che torna più volte nella serata: studio, disciplina, passione, come condizioni concrete dell’arte.
Quando Plácido Domingo prende la parola, ringrazia e colloca subito Zeffirelli nella dimensione del “grande artista” con cui ha attraversato i teatri del mondo. Entra poi nel dettaglio dei lavori condivisi, citando titoli e luoghi: ricorda Un ballo in maschera alla Scala di Milano, con scene di Mongiardino; menziona Turandot realizzata alla Scala e al Metropolitan Opera di New York; richiama Carmen, diretta dal “grande maestro” Carlos Kleiber, precisando di aver interpretato Don José. Evoca anche “l’ultimo lavoro” comune, Traviata, ricordando l’esistenza di un film che restituisce la potenza di quell’esperienza anche per il cinema. L’intervento assume un registro affettivo: Domingo sottolinea la gioia di essere presente con la moglie e con gli amici, e chiude con un’affermazione che ha il tono di una promessa: continua a cantare ancora.
A sigillare il momento interviene Pippo Zeffirelli, che ringrazia il maestro con un tratto molto netto: per lui Domingo è un artista “unico”, perché ha saputo “recitare cantando”, qualità rara che lo affianca alla grande Maria Callas. Il premio speciale a Domingo si chiude così con una doppia cornice: da un lato il riconoscimento istituzionale (la consegna della Sindaca), dall’altro la lettura “di mestiere” di chi conosce il lavoro dall’interno e lo misura sulla scena.
III. Premio speciale a Robert Powell — consegna Eugenio Giani (Presidente della Regione Toscana)
Il secondo premio speciale è dedicato a Robert Powell ed è consegnato da Eugenio Giani (Presidente della Regione Toscana). Nel suo intervento, Giani ringrazia Pippo Zeffirelli e lo staff che ha reso possibile la serata; richiama anche la continuità della memoria nel luogo fisico della Fondazione, collegandola alla città e alla Regione. Poi si concentra sul valore iconico del Gesù di Nazareth: racconta un aneddoto legato al casting — Powell, in origine, sarebbe stato pensato per Giuda, ma Zeffirelli, cogliendo nello sguardo una qualità decisiva, lo conduce verso Gesù. Giani sottolinea inoltre la portata generazionale dell’immaginario: per molti, a distanza di decenni, il volto di Powell resta una delle immagini più immediate e persistenti di Gesù nel ricordo collettivo.
Quando Robert Powell riceve il premio, dopo una piccola introduzione in italiano, sceglie di parlare in inglese per esprimere con precisione ciò che vuole dire. Parte da un confronto diretto: in una carriera lunga — dice — ha ricevuto molti premi, ma questo per lui vale più di tutti. Rievoca il primo incontro con Zeffirelli “cinquanta anni fa” e ammette con franchezza un dettaglio emotivo: all’inizio non voleva fare quel progetto. A trentun anni, interpretare Gesù gli appariva un ruolo “impossibile”: non si punta a “eccellere”, semmai a “cavarsela”, e questo non lo motivava. Eppure accettò; col tempo riconosce che fu la scelta giusta (“thank God that I said yes”). Definisce quel lavoro come il più duro della sua vita, ma racconta anche la costruzione graduale di un metodo condiviso con Zeffirelli: “we found a way to do it”, non subito evidente, ma raggiunto passo dopo passo.
L’intervento, però, si apre presto dal lavoro alla vita: Powell racconta che l’amicizia con Zeffirelli si estese a sua moglie Barbara, fino a diventare una relazione quasi familiare. Dice che Zeffirelli fu padrino di entrambi i figli e ricorda estati trascorse insieme a Positano, come memoria privata e concreta di un legame duraturo. Guardando il filmato proiettato in sala, Powell confessa di essersi emozionato: non vedeva quelle immagini da tempo e gli sono tornati alla memoria ricordi intensi. Chiude visibilmente commosso ribadendo la misura del premio: ricevere un riconoscimento che porta il nome di uno dei suoi “dearest friends” significa più di quanto riesca a dire.
IV. Premio per la regia a Marco Bellocchio - Consegna Cristina Manetti (Assessora alla cultura, Università e Parità di genere della Regione Toscana)
Il Premio per la regia viene conferito a Marco Bellocchio, figura centrale del cinema italiano contemporaneo.
A consegnare il riconoscimento è Cristina Manetti, che nel suo intervento ricostruisce il profilo del regista non come autore isolato, ma come presenza costante e ancora attiva nel panorama cinematografico. Ricorda come Bellocchio abbia attraversato stagioni diverse del cinema italiano mantenendo uno sguardo critico e personale. Cita opere fondative come I pugni in tasca, e richiama lavori più recenti, sottolineando la continuità di un percorso che non si è mai interrotto.
Nel suo discorso emerge l’idea di un cinema che entra nei nodi della società, nelle tensioni familiari, nei conflitti politici, senza mai perdere il rigore della messa in scena. La consegna del premio viene così incorniciata come riconoscimento a un autore che ha contribuito a definire una parte decisiva della cultura cinematografica italiana.
Quando prende la parola, Marco Bellocchio dichiara apertamente che la sua ammirazione per Franco Zeffirelli non è stata immediata. Le loro poetiche, ammette, sono differenti. Le loro traiettorie artistiche si sono sviluppate su binari distinti.
Dopo questa premessa di onestà intellettuale, Bellocchio spiega che con il tempo ha imparato a riconoscere la grandezza anche dove il linguaggio non coincide con il proprio. La distanza iniziale diventa quindi occasione di riflessione. Non attenua le differenze, ma le riconosce come parte della ricchezza del panorama culturale.
Nel suo intervento si percepisce una consapevolezza precisa: il cinema italiano non è una linea unica, ma un insieme di percorsi paralleli, talvolta divergenti, che convivono nello stesso spazio storico.
Il premio a Bellocchio assume allora un valore che va oltre il singolo riconoscimento. È il segno di un dialogo tra generazioni e tra visioni artistiche differenti. Un confronto che non annulla le distanze, ma le rende leggibili e produttive.
V. Premio per i costumi a Anne Roth (consegna: Pippo Zeffirelli e Eugenio Giani)
Il Premio per i costumi viene conferito a Anne Roth, una delle figure più autorevoli nel panorama internazionale del costume cinematografico.
La consegna da parte del Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani avviene in un clima che cambia leggermente registro rispetto ai momenti precedenti: se Domingo e Powell hanno portato memoria diretta e affettiva, e Bellocchio ha introdotto un confronto tra poetiche, con Roth si entra in una dimensione più intima ma non meno solida dal punto di vista professionale.
Nel presentare il riconoscimento, viene ricordato il ruolo centrale che il costume ha avuto nel cinema di Zeffirelli: non elemento decorativo, ma parte strutturale della costruzione visiva. In questo quadro, la figura di Anne Roth si colloca come una delle più autorevoli interpreti di un mestiere che richiede precisione storica, sensibilità narrativa e capacità di dialogo con la regia.
Quando prende la parola, Anne Roth definisce Zeffirelli un esempio di rigore artistico e sensibilità drammatica. Usa un’immagine molto netta: lo chiama “il diamante”, punto di riferimento assoluto in un percorso di oltre cinquant’anni.
Non c’è teatralità nella sua affermazione. È un riconoscimento espresso da una professionista che ha attraversato set complessi, produzioni internazionali, sistemi diversi. Proprio per questo la parola pesa.
Roth sottolinea il valore della collaborazione, il dialogo continuo tra regia e costume, la necessità di comprendere la psicologia del personaggio prima ancora della materia dell’abito. In questa prospettiva, il lavoro di Zeffirelli appare come un’esperienza di scambio reciproco.
Il momento della consegna è semplice, quasi raccolto. Il premio — materialmente — passa dalle mani del Presidente Giani a quelle di Roth, ma simbolicamente attraversa una storia di mestiere che unisce teatro, cinema e artigianato.
La sua reazione è autentica. Un’espressione spontanea, quasi sorpresa, restituisce la dimensione umana del riconoscimento. Non c’è distanza tra la statura internazionale della professionista e la gratitudine espressa sul palco.
Con Anne Roth, la serata entra pienamente nel territorio della costruzione visiva: dopo l’interprete, l’attore e il regista, si rende visibile la trama nascosta che sostiene l’immagine.
VI. Premio per la scenografia: Sarah Greenwood e Katie Spencer (consegna: Pippo Zeffirelli e Dario Danti)
L’ultimo riconoscimento della prima edizione del Premio Franco Zeffirelli è quello dedicato alla scenografia, introdotto da un montaggio audiovisivo che attraversa alcuni passaggi chiave del lavoro delle due premiate. Il Premio per la scenografia viene quindi attribuito a Sarah Greenwood e Katie Spencer, due figure di riferimento assoluto nel panorama internazionale del production design contemporaneo. A consegnarlo, insieme a Pippo Zeffirelli, è l’Assessore al Lavoro, Università e Ricerca del Comune di Firenze, Dario Danti.
Nel suo intervento, Dario Danti sottolinea innanzitutto l’onore dell’occasione e la difficoltà stessa di “dire qualcosa” su due professioniste con una filmografia e una presenza nel settore così estese, perché il rischio è inevitabilmente quello di dimenticare titoli e snodi importanti. Richiama la loro attività non soltanto nel cinema, ma anche nella televisione, nelle serie e nell’animazione, ricordando in particolare alcune collaborazioni legate ai film di Joe Wright: Orgoglio e pregiudizio, L’ora più buia, Cyrano, oltre a Anna Karenina, titolo per il quale menziona il riconoscimento agli European Film Awards. Evoca poi le tantissime candidature ai grandi premi internazionali, incluse le candidature agli Oscar, e cita anche la presenza più recente di Barbie, senza ridurre però il loro percorso a un singolo caso, richiamando inoltre la collaborazione con Disney.
Danti inserisce quindi il momento della consegna in un quadro cittadino e istituzionale molto concreto: riprende quanto espresso in apertura dalla Sindaca Sara Funaro sull’importanza della Fondazione e ricorda l’onore, per Firenze, non solo di ospitare la cerimonia nel Salone dei Cinquecento, ma anche di condividere con la Fondazione uno spazio stabile in piazza San Firenze, messo a disposizione dall’amministrazione comunale come sede. In questo passaggio, la Fondazione viene descritta anche come patrimonio documentale di grande consistenza: libri, fondi, sceneggiature, carte, lettere, un grande archivio sul quale – precisa – sta intervenendo la Soprintendenza attraverso un procedimento di vincolo. In chiusura, Danti rivolge un saluto e un ringraziamento per il lavoro svolto, citando esplicitamente Pippo Zeffirelli e Caterina D’Amico, riconosciuta come presenza attiva e preziosa in quel percorso.
Quando prende la parola Sarah Greenwood, il tono si sposta su una dimensione di emozione dichiarata e insieme di riconoscimento pieno del contesto: parla dell’onore di trovarsi a Firenze, città che definisce colma d’arte, e ringrazia Pippo Zeffirelli, la Fondazione Franco Zeffirelli e la giuria internazionale presente in sala per l’attribuzione del premio e per l’invito a condividere la “magia” dell’opera di Franco Zeffirelli. Greenwood precisa anche un dato essenziale: il suo immaginario e la sua formazione sono stati segnati dalla visione del film Gesù di Nazareth: visto da giovanissima, ha lasciato un’impronta profonda. È un passaggio importante perché sposta l’asse dall’idea di celebrazione formale alla dimensione, concreta e personale, dell’influenza artistica.
Greenwood insiste poi sulla visita alla Fondazione e al museo avvenuta nella giornata: la descrive come un’esperienza che rende ancora più percepibili ampiezza e scala del genio zeffirelliano. Soprattutto, richiama ciò che ha osservato come dinamica viva di fruizione: la presenza di pubblici diversi e intergenerazionali – dai ragazzi delle scuole fino agli accademici e ai ricercatori – e la possibilità, per ciascuno, di “andare dietro le quinte”, vedere materiali, processi, tracce del lavoro. In questa parte del suo intervento ringrazia pubblicamente Caterina D’Amico per l’accompagnamento nella visita e per la guida attraverso i materiali.
A completare e intensificare questo stesso nucleo interviene Katie Spencer, che torna esplicitamente su ciò che hanno visto “oggi”, con un’attenzione precisa: il museo, e in modo particolare l’archivio. Spencer lo definisce straordinario, “curato” e mostrato con “amore”, attribuendo direttamente a Caterina D’Amico questa qualità di cura e di trasmissione durante la visita. Poi arriva l’immagine che segna il momento: racconta che, entrando nella prima sala, la sensazione provata le ha ricordato l’episodio archeologico dell’apertura della tomba di Tutankhamon, quando alla domanda “che cosa vedi?” la risposta fu: “vedo meraviglie”. Spencer afferma che è stata la stessa percezione: meraviglie. E chiude quel passaggio condensando l’idea in una formula semplice e potentissima: ciò che Zeffirelli lascia, ciò che l’archivio e la Fondazione rendono percepibile, è appunto un campo di “wonders”, di meraviglie.
VII. Il valore simbolico della statuetta e la presenza dei figli di Paolo Penko
La consegna dei premi, nel corso della serata, non è stata solo un passaggio cerimoniale. Ogni riconoscimento ha avuto una forma concreta, una materia, una presenza fisica: la statuetta realizzata a partire da un bozzetto di Franco Zeffirelli per Il Trovatore.
L’oggetto non è un semplice emblema celebrativo, ma la traduzione in metallo del bozzetto di Franco Zeffirelli, realizzata dall’orafo fiorentino Paolo Penko. Durante la consegna ad Anne Roth, l’Assessore Giovanni Bettarini ha ricordato il lavoro di Penko e ha salutato in sala i figli, Alessandro e Riccardo, presenti in rappresentanza del padre. La loro presenza testimonia la continuità di una tradizione artigianale che dialoga con il teatro e il cinema. Il passaggio dal bozzetto alla statuetta restituisce in forma tangibile uno dei temi centrali della serata: il processo. Zeffirelli parte dal disegno, il disegno diventa scena; il bozzetto diventa oggetto. La linea grafica si traduce in metallo lavorato. Non è un simbolo astratto: è un oggetto nato da una genealogia precisa, tecnica e manuale.
In questo senso, la statuetta non è un accessorio, ma una sintesi visiva dell’impianto culturale del Premio: memoria progettuale, competenza artigiana, tradizione fiorentina, riconoscimento internazionale.
Il Premio per la scenografia si chiude così con un doppio registro perfettamente coerente con l’impianto complessivo della serata: da un lato l’inquadramento istituzionale e cittadino dato da Dario Danti (la sede, il patrimonio documentale, il vincolo della Soprintendenza, la rete di persone che regge la Fondazione); dall’altro la testimonianza diretta di due protagoniste assolute del cinema internazionale, Sarah Greenwood e Katie Spencer, che legano il riconoscimento non a una formula celebrativa, ma a un’esperienza precisa: l’impatto delle opere viste, la visita all’archivio, l’incontro con i materiali e con la loro cura, e il ringraziamento esplicito a Caterina D’Amico per aver reso accessibile, leggibile, “abitabile” quella meraviglia.
VIII. Chiusura della parte narrativa – Fotografia collettiva, rete istituzionale, cornice pubblica
Dopo la consegna dell’ultimo riconoscimento, il palco del Salone dei Cinquecento si ricompone in una configurazione corale. Premiati, rappresentanti istituzionali, membri della giuria internazionale, organizzatori e curatori si ritrovano insieme per la fotografia conclusiva.
La scena vede al centro i premiati:
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Plácido Domingo
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Robert Powell
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Marco Bellocchio
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Anne Roth
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Sarah Greenwood e Katie Spencer
e accanto a loro:
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Pippo Zeffirelli, Presidente della Fondazione Franco Zeffirelli
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Sara Funaro, Sindaca di Firenze
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Eugenio Giani, Presidente della Regione Toscana
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Cristina Manetti, Assessora alla Cultura, Università e Parità di genere della Regione Toscana
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Giovanni Bettarini, Assessore alla Cultura del Comune di Firenze
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Dario Danti, Assessore al Lavoro, Università e Ricerca del Comune di Firenze
La fotografia conclusiva riunisce i premiati e i rappresentanti delle istituzioni regionali e mette in relazione due ambiti distinti: professionisti internazionali dello spettacolo e autorità locali. Non sintetizza l’intera rete organizzativa del Premio, ma ne mostra il nodo pubblico, il punto in cui riconoscimento artistico e responsabilità istituzionale si incontrano.
Nel suo intervento iniziale, Sara Funaro aveva richiamato il legame tra Zeffirelli e la città, citando la lettera del 21 novembre 1966 scritta dopo l’alluvione e indirizzata all’allora sindaco – figura legata anche alla memoria familiare della stessa Sindaca, che ha ricordato pubblicamente suo nonno. Questo riferimento ha collocato l’artista dentro una responsabilità pubblica, non solo artistica. La lettera è stata poi consegnata dalla Sindaca a Pippo Zeffirelli, nel segno del legame profondo tra Franco Zeffirelli e la sua città.
La presenza del Presidente della Regione Eugenio Giani ha esteso la cornice al livello regionale, mentre gli interventi degli assessori hanno sottolineato il rapporto strutturale tra la Fondazione e la città, inclusa la sede in piazza San Firenze e il patrimonio archivistico oggetto di tutela.
Il dispositivo organizzativo ha avuto come fulcro la Fondazione Franco Zeffirelli, guidata da Pippo Zeffirelli, che ha aperto la serata ricordando le finalità del Premio e la medaglia di rappresentanza conferita dal Presidente della Repubblica.
La giuria internazionale, con la pluralità dei suoi membri, ha garantito una selezione non autoreferenziale. Non un circuito chiuso, ma un confronto tra professionalità provenienti da ambiti differenti del cinema e dello spettacolo.
Con questa immagine si conclude la parte narrativa della cerimonia.
IX. Metodo e disciplina: l’eredità operativa
Se si osservano con attenzione le testimonianze di Plácido Domingo, Robert Powell, Marco Bellocchio, Anne Roth, Sarah Greenwood e Katie Spencer, emerge un nucleo comune che attraversa generazioni e linguaggi differenti: il metodo come principio operativo.
Nel racconto di Plácido Domingo, il metodo assume la forma della disciplina assoluta. Quando ricorda il lavoro con Zeffirelli – dalle produzioni operistiche nei grandi teatri internazionali, tra cui il Metropolitan di New York e la Scala di Milano, fino ai progetti cinematografici – non insiste sull’aneddoto personale, ma sulla qualità del processo. La preparazione minuziosa, la precisione scenica, l’attenzione al dettaglio visivo e musicale diventano criteri non negoziabili. Il temperamento di Zeffirelli, che Domingo descrive come forte e inequivocabile quando qualcosa non funzionava, è parte integrante di quel metodo. Non è carattere isolato; è esigenza di coerenza.
Anche Robert Powell, parlando dell’esperienza di Gesù di Nazareth, restituisce una dimensione analoga. L’iniziale esitazione ad accettare il ruolo non nasce da insicurezza attoriale, ma dalla consapevolezza del peso simbolico e culturale del personaggio. Il lavoro con Zeffirelli viene ricordato come un processo di costruzione lenta, di confronto continuo, di rigore. L’amicizia successiva non attenua questa memoria; la rende più nitida.
Quando Marco Bellocchio prende la parola, il discorso si sposta su un piano teorico più esplicito. Ammette una distanza iniziale di sensibilità rispetto a Zeffirelli. Non la nega. Non la attenua. La riconosce come parte della propria formazione. La maturità – afferma – consente di riconoscere grandezza anche laddove il linguaggio non coincide con il proprio. In questo passaggio si intravede una dimensione ulteriore del metodo: la pluralità come condizione di confronto, non come competizione.
Anne Roth utilizza una formula netta: definisce Zeffirelli “il diamante”, il punto di riferimento quintessenziale nel suo mondo professionale per cinquant’anni. La sua affermazione non è retorica celebrativa. È una valutazione tecnica pronunciata da una costumista che ha attraversato l’intero sistema produttivo internazionale.
Anche Greenwood e Spencer riconoscono nel lavoro del maestro una matrice fondativa. La visita all’archivio, l’osservazione dei bozzetti, la percezione dei processi progettuali mostrano che il metodo non è confinato alle opere finite, ma si deposita nei materiali preparatori.
Il metodo, dunque, emerge come asse portante della serata. Non viene proclamato astrattamente; si manifesta attraverso racconti concreti di lavoro.
X. Archivio e trasmissione: la struttura del processo
Uno dei punti più significativi emersi nel corso della serata riguarda l’archivio della Fondazione, visto non come luogo di deposito passivo ma come patrimonio che testimonia lo svolgersi di processi progettuali.
Nel suo intervento, Dario Danti ha richiamato la consistenza di questo patrimonio documentale: bozzetti, carte, sceneggiature, lettere, materiali preparatori. Ha ricordato l’attenzione della Soprintendenza e il procedimento di tutela avviato su questo fondo. Non è un dettaglio amministrativo. È un riconoscimento pubblico del valore storico e tecnico di quel materiale.
Quando Sarah Greenwood e Katie Spencer parlano della visita alla Fondazione, non descrivono una semplice esposizione museale ma una occasione per osservare il lavoro nella sua fase preparatoria: il disegno prima della scena, la variante prima della decisione definitiva, l’annotazione a margine che orienta una scelta.
Il paragone evocato da Spencer – l’episodio dell’apertura della tomba di Tutankhamon e la risposta “vedo meraviglie” – restituisce la percezione di una concentrazione di competenze e di pensiero. Non è stupore superficiale; è il riconoscimento di una stratificazione.
Greenwood insiste su un punto preciso: l’accessibilità di quei materiali. La possibilità che studiosi, ricercatori, professionisti possano attraversare quel patrimonio e comprenderne la logica interna.
Qui emerge un aspetto decisivo: l’archivio non è un luogo che celebra il risultato finale, ma rende leggibile il percorso che conduce al risultato.
Per chi lavora nella scenografia, nel costume, nella regia, osservare un bozzetto significa entrare nella struttura mentale di chi lo ha tracciato. Si comprende la gestione dello spazio, il rapporto tra architettura e corpo, tra luce e materia. Si riconosce la disciplina che precede l’immagine.
La visita delle due scenografe internazionali non assume quindi il tono di un omaggio protocollare. È un momento di confronto tecnico. Un confronto tra professioniste che hanno attraversato produzioni complesse e un archivio che documenta un metodo altrettanto strutturato.
L’archivio, in questo senso, non è memoria ornamentale. È una infrastruttura cognitiva.
XI. Pluralità e riconoscimento reciproco
La serata ha riunito personalità provenienti da ambiti differenti: opera, cinema d’autore, produzione hollywoodiana, costume, scenografia.
La pluralità non si è tradotta in frammentazione. Gli interventi hanno mostrato un riconoscimento reciproco. Bellocchio riconosce Zeffirelli pur partendo da una diversa genealogia estetica. Roth porta la prospettiva di una lunga esperienza professionale maturata in ambito internazionale. Greenwood e Spencer appartengono a un sistema produttivo contemporaneo globale.
Questa pluralità non viene appiattita in un’unica narrazione. Rimane visibile nelle differenze di linguaggio e di esperienza. È proprio questa differenza a costruire il valore del confronto.
XII. Istituzioni e responsabilità pubblica
Gli interventi istituzionali – Sara Funaro, Eugenio Giani, Giovanni Bettarini, Dario Danti, Cristina Manetti – hanno inscritto il Premio in una dimensione civica precisa.
La lettera del 21 novembre 1966, ricordata dalla Sindaca, colloca Zeffirelli dentro una storia di responsabilità pubblica legata all’alluvione. Il riferimento al nonno della Sindaca inserisce la memoria in una linea familiare e cittadina.
La medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica, ricordata da Pippo Zeffirelli, amplia ulteriormente il perimetro simbolico.
Le istituzioni presenti hanno legato il Premio a un contesto storico, amministrativo e culturale concreto: la sede in piazza San Firenze, la tutela dell’archivio, il sostegno pubblico.
XIII. Conclusione. Continuità operativa, non commemorazione
Osservata nel suo insieme, la prima edizione del Premio Franco Zeffirelli non si limita a celebrare delle carriere. La serata ha messo in relazione generazioni, linguaggi e sistemi produttivi differenti attorno a un principio comune: il lavoro come forma strutturata, disciplinata, consapevole.
Le testimonianze di Plácido Domingo, Robert Powell, Marco Bellocchio, Anne Roth, Sarah Greenwood e Katie Spencer hanno mostrato percorsi molto diversi tra loro, ma attraversati da un elemento condiviso: la costruzione paziente dell’opera. Preparazione, rigore, confronto, capacità di reggere la complessità di un progetto scenico o cinematografico. Nessuno ha parlato di successo in termini astratti; tutti hanno evocato processi.
La composizione della giuria internazionale e la presenza di premiati di provenienza diversa mostrano un’apertura strutturale e dimostrano che il Premio nasce già dentro una rete.
In questa prospettiva, l’archivio della Fondazione assume un significato che va oltre la conservazione. Non è soltanto memoria di ciò che è stato realizzato; è tracciato del percorso che ha condotto alla realizzazione. Bozzetti, varianti, appunti, correzioni, lettere: materiali che rendono visibile il lavoro prima dell’immagine definitiva. La visita delle due scenografe internazionali, e la loro reazione davanti ai materiali, ha reso evidente questo punto: l’interesse non riguarda solo il risultato, ma la struttura del pensiero progettuale.
Anche la statuetta del Premio — nata da un bozzetto di Zeffirelli e realizzata dall’orafo Paolo Penko — concentra in sé questa logica. Il disegno che diventa oggetto, l’idea che prende forma attraverso la competenza artigiana. La presenza in sala dei figli Alessandro e Riccardo Penko ha reso tangibile una continuità che non è simbolica ma concreta: trasmissione di mestiere, di mano, di sapere tecnico.
La cornice istituzionale non è rimasta sullo sfondo. Gli interventi della Sindaca Sara Funaro e del Presidente della Regione Eugenio Giani hanno collocato il Premio dentro una dimensione civica precisa con il richiamo alla lettera del 21 novembre 1966 che inserisce Zeffirelli nella storia pubblica della città. La presenza delle autorità non ha sovrapposto un livello formale alla serata, ma ne ha definito il perimetro: un riconoscimento artistico che nasce in un luogo carico di significato istituzionale, il Salone dei Cinquecento, e si sviluppa dentro una rete concreta tra Fondazione, Comune e Regione.
La fotografia finale — premiati e istituzioni - restituisce l’immagine di una composizione articolata. Opera, cinema, costume, scenografia; ma anche archivio, artigianato, tutela pubblica, trasmissione. Non un episodio isolato, ma l’avvio di un dispositivo che potrà essere valutato nel tempo.
La prima edizione apre una linea la cui consistenza futura dipenderà dalla capacità di mantenere coerenza tra dichiarazioni e pratica: qualità della selezione, solidità della giuria, attivazione dell’archivio, dialogo tra professionisti e formazione. La materia, tuttavia, è già stata messa in forma: metodo, memoria operativa, pluralità di sguardi.
Se il Premio riuscirà a restare fedele a questi elementi, non sarà soltanto un appuntamento celebrativo. Sarà uno spazio in cui il lavoro artistico viene riconosciuto nella sua struttura, nella sua disciplina, nella sua responsabilità pubblica.
BUILDING THE SCENE
THE FRANCO ZEFFIRELLI AWARD
BETWEEN ART AND PUBLIC RESPONSIBILITY
I. Institutional framework and opening of the ceremony
The first edition of the Franco Zeffirelli Award was held in the Salone dei Cinquecento of Palazzo Vecchio. The choice of the venue places the ceremony within a space that, in Florentine history, has been the theater of public decisions and civic representation. The initiative thus inserts itself into a context that unites cultural dimension and institutional responsibility.
The Award is established by the Fondazione Franco Zeffirelli and by the Trust Zeffirelli for the International Center for the Arts and Performing Arts, with the objective of recognizing personalities who have distinguished themselves in the fields of directing, acting, production design and costume. The recognition is founded on declared professional criteria and on an evaluation entrusted to an international jury.
The opening of the evening was entrusted to Pippo Zeffirelli, President of the Foundation, who illustrated the genesis of the Award and the will to structure it as a stable appointment over time. In his intervention he recalled the commitment of the Foundation in preserving and enhancing the artistic legacy of Franco Zeffirelli through concrete instruments and recognitions founded on competence. The medal of representation conferred by the President of the Republic Sergio Mattarella was recalled, an element that attributes to the Award formal recognition at national level.
The conducting of the ceremony was entrusted to Matteo Cichero, who introduced the different moments of the evening and accompanied the succession of interventions and presentations, carrying out the role of master of ceremonies and connection between the various phases of the event.
The public dimension of the initiative was further defined by the presence of the city and regional authorities. The Mayor of Florence Sara Funaro, the President of the Region of Tuscany Eugenio Giani, Councillor Cristina Manetti, Councillor Giovanni Bettarini and Councillor Dario Danti intervened, and actively participated in the presentation of the recognitions.
In her intervention, Sara Funaro recalled the bond between Franco Zeffirelli and the city of Florence by citing the letter of 21 November 1966, written on the occasion of the flood. She also referred to the figure of her grandfather, connecting the memory of the event to family history and to the civic history of the city. The passage intertwined personal dimension and public dimension, bringing attention back to a moment that belongs to the Florentine collective memory. The reference to the letter placed Zeffirelli within a context of civic responsibility that goes beyond the strictly artistic sphere.
This initial segment clearly defined the framework within which the ceremony developed: an explicit relationship between cultural heritage, historical memory and institutional presence.
II. Special Award to Plácido Domingo — presentation Sara Funaro (Mayor of Florence)
After the institutional greeting, Sara Funaro (Mayor of Florence) remains on stage to present the first special award of the evening to Plácido Domingo. The introduction is constructed as a true passing of the baton: Funaro presents Domingo as a figure “much more” than an interpreter, recalling his international trajectory and his capacity to bring Opera to a wide public. She mentions his career as tenor, baritone, conductor and artistic director of important institutions; she also cites the popular echo of The Three Tenors (1990) at the Terme di Caracalla, with Luciano Pavarotti and José Carreras, as an emblematic moment of his planetary visibility. The Mayor then focuses on the heart of the presentation: the partnership with Zeffirelli, described as one of the most fruitful artistic and human bonds of the international Opera scene, lasting over half a century. She closes by leaving space to the voice of the awardee, insisting on a triad of values that returns several times during the evening: study, discipline, passion, as concrete conditions of art.
When Plácido Domingo takes the floor, he thanks and immediately places Zeffirelli in the dimension of the “great artist” with whom he crossed the theaters of the world. He then enters into detail of the shared works, citing titles and places: he recalls Un ballo in maschera at La Scala in Milan, with sets by Mongiardino; he mentions Turandot realized at La Scala and at the Metropolitan Opera in New York; he recalls Carmen, conducted by the “great maestro” Carlos Kleiber, specifying that he interpreted Don José. He also evokes the “last work” together, Traviata, recalling the existence of a film that restores the power of that experience also for cinema. The intervention assumes an affective register: Domingo underlines the joy of being present with his wife and with friends, and closes with an affirmation that has the tone of a promise: he continues to sing.
To seal the moment intervenes Pippo Zeffirelli, who thanks the maestro with a very clear line: for him Domingo is a “unique” artist, because he has known how to “act while singing,” a rare quality that places him alongside the great Maria Callas. The special award to Domingo thus closes with a double framework: on one side the institutional recognition (the presentation by the Mayor), on the other the “of the craft” reading of one who knows the work from the inside and measures it on the stage.
III. Special Award to Robert Powell — delivery Eugenio Giani (President of the Region of Tuscany)
The second special award is dedicated to Robert Powell and is delivered by Eugenio Giani (President of the Region of Tuscany). In his intervention, Giani thanks Pippo Zeffirelli and the staff that made the evening possible; he also recalls the continuity of memory in the physical place of the Foundation, connecting it to the city and to the Region. Then he focuses on the iconic value of Jesus of Nazareth: he tells an anecdote linked to the casting — Powell, originally, would have been thought of for Judas, but Zeffirelli, grasping in the gaze a decisive quality, leads him towards Jesus. Giani also underlines the generational scope of the imagery: for many, at a distance of decades, Powell’s face remains one of the most immediate and persistent images of Jesus in collective memory.
When Robert Powell receives the award, after a small introduction in Italian, he chooses to speak in English to express precisely what he wants to say. He starts from a direct comparison: in a long career — he says — he has received many awards, but this one for him is worth more than all of them. He recalls the first meeting with Zeffirelli “fifty years ago” and admits frankly an emotional detail: at the beginning he did not want to do that project. At thirty-one years old, interpreting Jesus seemed to him an “impossible” role: one does not aim to “excel,” rather to “get by,” and this did not motivate him. And yet he accepted; with time he recognizes that it was the right choice (“thank God that I said yes”). He defines that work as the hardest of his life, but he also recounts the gradual construction of a shared method with Zeffirelli: “wefound a way to do it”, not immediately evident, but reached step by step.
The intervention, however, soon opens from work to life: Powell recounts that the friendship with Zeffirelli extended to his wife Barbara, up to becoming an almost family relationship. He says that Zeffirelli was godfather of both children and recalls summers spent together in Positano, as private and concrete memory of a lasting bond. Watching the film projected in the hall, Powell confesses that he was moved: he had not seen those images for some time and intense memories returned to his mind. He closes visibly moved, reiterating the measure of the award: receiving a recognition that bears the name of one of his “dearest friends” means more than he can say.
IV. Award for directing to Marco Bellocchio - Delivery Cristina Manetti (Councillor for culture, University and Gender equality of the Region of Tuscany)
The Award for directing is conferred on Marco Bellocchio, central figure of contemporary Italian cinema.
To deliver the recognition is Cristina Manetti, who in her intervention reconstructs the profile of the director not as an isolated author, but as a constant presence and still active in the cinematic landscape. She recalls how Bellocchio has crossed different seasons of Italian cinema maintaining a critical and personal gaze. She cites foundational works such as I pugni in tasca, and recalls more recent works, underlining the continuity of a path that has never been interrupted.
In her speech emerges the idea of a cinema that enters into the knots of society, into family tensions, into political conflicts, without ever losing the rigor of the staging. The delivery of the award is thus framed as recognition of an author who has contributed to define a decisive part of Italian cinematic culture.
When he takes the floor, Marco Bellocchio openly declares that his admiration for Franco Zeffirelli was not immediate. Their poetics, he admits, are different. Their artistic trajectories developed on distinct tracks.
After this premise of intellectual honesty, Bellocchio explains that with time he has learned to recognize greatness also where the language does not coincide with his own. The initial distance therefore becomes an occasion for reflection. He does not attenuate the differences, but recognizes them as part of the richness of the cultural panorama.
In his intervention one perceives a precise awareness: Italian cinema is not a single line, but a set of parallel paths, at times divergent, that coexist in the same historical space.
The award to Bellocchio then assumes a value that goes beyond the single recognition. It is the sign of a dialogue between generations and between different artistic visions. A confrontation that does not annul distances, but makes them legible and productive.
V. Award for costumes to Anne Roth (delivery: Pippo Zeffirelli and Eugenio Giani)
The Award for costumes is conferred on Anne Roth, one of the most authoritative figures in the international panorama of cinematic costume.
The delivery by the President of the Region of Tuscany Eugenio Giani takes place in a climate that changes slightly register compared to the previous moments: if Domingo and Powell brought direct and affective memory, and Bellocchio introduced a comparison between poetics, with Roth one enters into a more intimate dimension but no less solid from the professional point of view.
In presenting the recognition, the central role that costume had in Zeffirelli’s cinema is recalled: not a decorative element, but a structural part of the visual construction. In this framework, the figure of Anne Roth is placed as one of the most authoritative interpreters of a craft that requires historical precision, narrative sensitivity and capacity for dialogue with directing.
When she takes the floor, Anne Roth defines Zeffirelli an example of artistic rigor and dramatic sensitivity. She uses a very clear image: she calls him “the diamond”, absolute point of reference in a path of over fifty years.
There is no theatricality in her affirmation. It is a recognition expressed by a professional who has crossed complex sets, international productions, different systems. Precisely for this reason the word weighs.
Roth underlines the value of collaboration, the continuous dialogue between directing and costume, the necessity to understand the psychology of the character before the material of the garment. In this perspective, Zeffirelli’s work appears as an experience of reciprocal exchange.
The moment of the delivery is simple, almost collected. The award — materially — passes from the hands of President Giani to those of Roth, but symbolically crosses a craft history that unites theatre, cinema and craftsmanship.
Her reaction is authentic. A spontaneous expression, almost surprised, returns the human dimension of the recognition. There is no distance between the international stature of the professional and the gratitude expressed on stage.
With Anne Roth, the evening enters fully into the territory of visual construction: after the interpreter, the actor and the director, the hidden weave that supports the image becomes visible.
VI. Award for production design: Sarah Greenwood and Katie Spencer (delivery: Pippo Zeffirelli and Dario Danti)
The last recognition of the first edition of the Franco Zeffirelli Award is the one dedicated to production design, introduced by an audiovisual montage that crosses some key passages of the work of the two awardees. The Award for production design is therefore attributed to Sarah Greenwood and Katie Spencer, two absolute reference figures in the international panorama of contemporary production design. To deliver it, together with Pippo Zeffirelli, is the Councillor for Work, University and Research of the Municipality of Florence, Dario Danti.
In his intervention, Dario Danti underlines first of all the honor of the occasion and the very difficulty of “saying something” about two professionals with a filmography and a presence in the sector so extensive, because the risk is inevitably that of forgetting titles and important nodes. He recalls their activity not only in cinema, but also in television, in series and in animation, remembering in particular some collaborations linked to the films of Joe Wright: Orgoglio e pregiudizio, L’ora più buia, Cyrano, as well as Anna Karenina, a title for which he mentions the recognition at the European Film Awards. He then evokes the very many nominations to the great international awards, including nominations for the Oscars, and he also cites the more recent presence of Barbie, without however reducing their path to a single case, also recalling the collaboration with Disney.
Danti then inserts the moment of the delivery into a very concrete city and institutional framework: he takes up what was expressed in opening by Mayor Sara Funaro on the importance of the Foundation and recalls the honor, for Florence, not only of hosting the ceremony in the Salone dei Cinquecento, but also of sharing with the Foundation a stable space in Piazza San Firenze, made available by the municipal administration as headquarters. In this passage, the Foundation is described also as a documentary heritage of great consistency: books, fonds, screenplays, papers, letters, a great archive on which — he specifies — the Superintendence is intervening through a protection procedure. In closing, Danti addresses a greeting and a thanks for the work carried out, explicitly citing Pippo Zeffirelli and Caterina D’Amico, recognized as an active and precious presence in that path.
When Sarah Greenwood takes the floor, the tone shifts to a dimension of declared emotion and at the same time of full recognition of the context: she speaks of the honor of being in Florence, a city she defines full of art, and thanks Pippo Zeffirelli, the Fondazione Franco Zeffirelli and the international jury present in the hall for the attribution of the award and for the invitation to share the “magic” of Franco Zeffirelli’s work. Greenwood also specifies an essential fact: her imagery and her formation were marked by the viewing of the film Jesus of Nazareth: seen when she was very young, it lefta deep imprint. It is an important passage because it shifts the axis from the idea of formal celebration to the dimension, concrete and personal, of artistic influence.
Greenwood then insists on the visit to the Foundation and to the museum that took place during the day: she describes it as an experience that makes even more perceptible breadth and scale of Zeffirelli’s genius. Above all, she recalls what she observed as a living dynamic of fruition: the presence of different and intergenerational publics — from school students to academics and researchers — and the possibility, for each one, to “go behind the scenes”, see materials, processes, traces of the work. In this part of her intervention she publicly thanks Caterina D’Amico for the accompaniment during the visit and for the guidance through the materials.
To complete and intensify this same nucleus intervenes Katie Spencer, who explicitly returns to what they saw “today”, with a precise attention: the museum, and in particular the archive. Spencer defines it extraordinary, “curated” and shown with “love”, directly attributing to Caterina D’Amico this quality of care and of transmission during the visit. Then comes the image that marks the moment: she recounts that, entering the first room, the sensation she felt reminded her of the archaeological episode of the opening of the tomb of Tutankhamun, when to the question “what do you see?” the answer was: “I see wonders”. Spencer affirms that it was the same perception: wonders. And she closes that passage by condensing the idea in a simple and very powerful formula: what Zeffirelli leaves, what the archive and the Foundation make perceptible, is precisely a field of “wonders”, of wonders.
VII. The symbolic value of the statuette and the presence of the sons of Paolo Penko
The delivery of the awards, during the evening, was not only a ceremonial passage. Every recognition had a concrete form, a material, a physical presence: the statuette made starting from a sketch by Franco Zeffirelli for Il Trovatore.
The object is not a simple celebratory emblem, but the translation into metal of Franco Zeffirelli’s sketch, made by the Florentine goldsmith Paolo Penko. During the delivery to Anne Roth, Councillor Giovanni Bettarini recalled Penko’s work and greeted in the hall the sons, Alessandro and Riccardo, present in representation of the father. Their presence testifies the continuity of an artisanal tradition that dialogues with theatre and cinema. The passage from sketch to statuette returns in tangible form one of the central themes of the evening: the process. Zeffirelli starts from the drawing, the drawing becomes scene; the sketch becomes object. The graphic line translates into worked metal. It is not an abstract symbol: it is an object born from a precise genealogy, technical and manual.
In this sense, the statuette is not an accessory, but a visual synthesis of the cultural structure of the Award: project memory, artisanal competence, Florentine tradition, international recognition.
The Award for production design thus closes with a double register perfectly coherent with the overall structure of the evening: on one side the institutional and civic framing given by Dario Danti (the venue, the documentary heritage, the protection constraint of the Superintendence, the network of people that supports the Foundation); on the other the direct testimony of two absolute protagonists of international cinema, Sarah Greenwood and Katie Spencer, who bind the recognition not to a celebratory formula, but to a precise experience: the impact of the works seen, the visit to the archive, the encounter with the materials and with their care, and the explicit thanks to Caterina D’Amico for having made that wonder accessible, legible, “habitable”.
VIII. Closing of the narrative part – Collective photograph, institutional network, public framework
After the delivery of the last recognition, the stage of the Salone dei Cinquecento recomposes in a choral configuration. Awardees and institutional representatives find themselves together for the final photograph.
The scene sees at the center the awardees:
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Plácido Domingo
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Robert Powell
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Marco Bellocchio
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Anne Roth
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Sarah Greenwood and Katie Spencer
and next to them:
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Pippo Zeffirelli, President of the Fondazione Franco Zeffirelli
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Sara Funaro, Mayor of Florence
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Eugenio Giani, President of the Region of Tuscany
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Cristina Manetti, Councillor for Culture, University and Gender equality of the Region of Tuscany
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Giovanni Bettarini, Councillor for Culture of the Municipality of Florence
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Dario Danti, Councillor for Work, University and Research of the Municipality of Florence
The final photograph brings together the awardees and the representatives of the regional institutions and puts in relation two distinct spheres: international professionals of entertainment and local authorities. It does not summarize the entire organizational network of the Award, but shows its public node, the point where artistic recognition and institutional responsibility meet.
In her initial intervention, Sara Funaro had recalled the bond between Zeffirelli and the city, citing the letter of 21 November 1966 written after the flood and addressed to the then mayor – a figure also linked to the family memory of the Mayor herself, who publicly recalled her grandfather. This reference placed the artist within a public responsibility, not only artistic. The letter was then delivered by the Mayor to Pippo Zeffirelli, as a sign of the deep bond between Franco Zeffirelli and his city.
The presence of the President of the Region Eugenio Giani extended the framework to the regional level, while the interventions of the councillors underlined the structural relationship between the Foundation and the city, including the headquarters in Piazza San Firenze and the archival heritage object of protection.
The organizational device had as fulcrum the Fondazione Franco Zeffirelli, led by Pippo Zeffirelli, who opened the evening recalling the purposes of the Award and the medal of representation conferred by the President of the Republic.
The international jury, with the plurality of its members, guaranteed a non-self-referential selection. Not a closed circuit, but a confrontation among professionalities coming from different fields of cinema and entertainment.
With this image the narrative part of the ceremony concludes.
IX. Method and discipline: the operative legacy
If one observes carefully the testimonies of Plácido Domingo, Robert Powell, Marco Bellocchio, Anne Roth, Sarah Greenwood and Katie Spencer, a common nucleus emerges that crosses generations and different languages: method as an operative principle.
In the account of Plácido Domingo, method takes the form of absolute discipline. When he recalls the work with Zeffirelli – from operatic productions in major international theatres, including the Metropolitan of New York and La Scala of Milan, up to cinematic projects – he does not insist on personal anecdote, but on the quality of the process. Meticulous preparation, scenic precision, attention to visual and musical detail become non-negotiable criteria. Zeffirelli’s temperament, which Domingo describes as strong and unequivocal when something did not work, is an integral part of that method. It is not isolated character; it is exigency of coherence.
Robert Powell as well, speaking of the experience of Jesus of Nazareth, returns an analogous dimension. The initial hesitation to accept the role does not arise from actorly insecurity, but from awareness of the symbolic and cultural weight of the character. The work with Zeffirelli is remembered as a process of slow construction, of continuous confrontation, of rigor. The subsequent friendship does not attenuate this memory; it renders it clearer.
When Marco Bellocchio takes the floor, the discourse shifts to a more explicitly theoretical level. He admits an initial distance of sensibility with respect to Zeffirelli. He does not deny it. He does not attenuate it. He recognizes it as part of his formation. Maturity – he affirms – allows one to recognize greatness even where the language does not coincide with one’s own. In this passage one glimpses a further dimension of method: plurality as a condition of confrontation, not as competition.
Anne Roth uses a clear formula: she defines Zeffirelli “the diamond”, the quintessential point of reference in her professional world for fifty years. Her affirmation is not celebratory rhetoric. It is a technical evaluation pronounced by a costume designer who has crossed the entire international production system.
Greenwood and Spencer as well recognize in the master’s work a foundational matrix. The visit to the archive, the observation of the sketches, the perception of the project processes show that method is not confined to the finished works, but is deposited in preparatory materials.
Method, therefore, emerges as supporting axis of the evening. It is not proclaimed abstractly; it manifests itself through concrete accounts of work.
X. Archive and transmission: the structure of the process
One of the most significant points that emerged during the evening concerns the archive of the Foundation, seen not as a place of passive deposit but as a heritage that testifies the unfolding of project processes.
In his intervention, Dario Danti recalled the consistency of this documentary heritage: sketches, papers, screenplays, letters, preparatory materials. He recalled the attention of the Superintendence and the protection procedure started on this fund. It is not an administrative detail. It is public recognition of the historical and technical value of that material.
When Sarah Greenwood and Katie Spencer speak of the visit to the Foundation, they do not describe a simple museum exhibition but an occasion to observe the work in its preparatory phase: the drawing before the scene, the variant before the definitive decision, the marginal annotation that guides a choice.
The comparison evoked by Spencer – the episode of the opening of the tomb of Tutankhamun and the answer “I see wonders” – returns the perception of a concentration of competences and of thought. It is not superficial amazement; it is recognition of stratification.
Greenwood insists on a precise point: the accessibility of those materials. The possibility that scholars, researchers, professionals can traverse that heritage and understand its internal logic.
Here emerges a decisive aspect: the archive is not a place that celebrates the final result, but makes legible the path that leads to the result.
For those who work in production design, costume, directing, observing a sketch means entering the mental structure of the one who traced it. One understands the management of space, the relationship between architecture and body, between light and matter. One recognizes the discipline that precedes the image.
The visit of the two international production designers therefore does not assume the tone of a protocol homage. It is a moment of technical confrontation. A confrontation between professionals who have crossed complex productions and an archive that documents an equally structured method.
The archive, in this sense, is not ornamental memory. It is a cognitive infrastructure.
XI. Plurality and reciprocal recognition
The evening brought together personalities coming from different fields: opera, auteur cinema, Hollywood production, costume, production design.
Plurality did not translate into fragmentation. The interventions showed reciprocal recognition. Bellocchio recognizes Zeffirelli even starting from a different aesthetic genealogy. Roth brings the perspective of a long professional experience matured in an international field. Greenwood and Spencer belong to a contemporary global production system.
This plurality is not flattened into a single narration. It remains visible in differences of language and of experience. It is precisely this difference that builds the value of the confrontation.
XII. Institutions and public responsibility
The institutional interventions – Sara Funaro, Eugenio Giani, Giovanni Bettarini, Dario Danti, Cristina Manetti – inscribed the Award in a precise civic dimension.
The letter of 21 November 1966, recalled by the Mayor, places Zeffirelli within a history of public responsibility linked to the flood. The reference to the Mayor’s grandfather inserts memory into a family and civic line.
The medal of representation of the President of the Republic, recalled by Pippo Zeffirelli, further enlarges the symbolic perimeter.
The institutions present linked the Award to a concrete historical, administrative and cultural context: the headquarters in Piazza San Firenze, the protection of the archive, public support.
XIII. Conclusion. Celebration and operational continuity within the same framework
Observed as a whole, the first edition of the Franco Zeffirelli Award does not limit itself to celebrating careers. The evening placed in relation generations, languages and different production systems around a common principle: work as structured, disciplined, conscious form.
The testimonies of Plácido Domingo, Robert Powell, Marco Bellocchio, Anne Roth, Sarah Greenwood and Katie Spencer showed very different paths, but crossed by a shared element: the patient construction of the work. Preparation, rigor, confrontation, capacity to sustain the complexity of a scenic or cinematic project. No one spoke of success in abstract terms; all evoked processes.
The composition of the international jury and the presence of awardees of different provenance show structural openness and demonstrate that the Award is born already within a network.
In this perspective, the archive of the Foundation assumes a meaning that goes beyond conservation. It is not only memory of what has been realized; it is trace of the path that led to realization. Sketches, variants, notes, corrections, letters: materials that make visible the work before the definitive image. The visit of the two international production designers, and their reaction before the materials, made this point evident: the interest concerns not only the result, but the structure of project thinking.
The statuette of the Award — born from a sketch by Zeffirelli and made by the goldsmith Paolo Penko — concentrates in itself this logic. The drawing that becomes object, the idea that takes form through artisanal competence. The presence in the hall of the sons Alessandro and Riccardo Penko made tangible a continuity that is not symbolic but concrete: transmission of craft, of hand, of technical knowledge.
The institutional framework did not remain in the background. The interventions of Mayor Sara Funaro and of the President of the Region Eugenio Giani placed the Award within a precise civic dimension with the recall of the letter of 21 November 1966 that inserts Zeffirelli into the public history of the city. The presence of the authorities did not superimpose a formal level on the evening, but defined its perimeter: an artistic recognition that is born in a place charged with institutional meaning, the Salone dei Cinquecento, and develops within a concrete network between Foundation, Municipality and Region.
The final photograph — awardees and institutions - returns the image of an articulated composition. Opera, cinema, costume, production design; but also archive, craftsmanship, public protection, transmission. Not an isolated episode, but the start of a device that can be evaluated over time.
The first edition opens a line whose future consistency will depend on the capacity to maintain coherence between declarations and practice: quality of selection, solidity of the jury, activation of the archive, dialogue between professionals and training. The material, however, has already been given form: method, operative memory, plurality of gazes.
If the Award will succeed in remaining faithful to these elements, it will not be only a celebratory appointment. It will be a space in which artistic work is recognized in its structure, in its discipline, in its public responsibility.