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Bif&st, Bari si scopre comunità del cinema
oltre 50mila presenze e una città che entra nel racconto del festival
Non è soltanto un bilancio numerico, e non è nemmeno soltanto la fotografia di un festival riuscito. La chiusura della 17ª edizione del Bif&st – Bari International Film&TV Festival consegna piuttosto l’immagine di una città che, per otto giorni, ha scelto di riconoscersi nel cinema non come ornamento culturale, ma come pratica collettiva, linguaggio civile, occasione di incontro. Gli oltre 50mila ingressi complessivi, le sale piene, il tutto esaurito diffuso, le code, le masterclass affollate, l’eco digitale e il successo degli appuntamenti collaterali raccontano molto. Ma da soli non bastano. A colpire, semmai, è il modo in cui quei numeri si sono incarnati in una partecipazione larga, appassionata, trasversale, capace di tenere insieme pubblico popolare, cinefilia, istituzioni, studenti, quartieri, artisti, operatori culturali e addetti ai lavori.
È questa la cifra che emerge con più nettezza dalla conferenza conclusiva del festival, dove il lessico dei ringraziamenti si è intrecciato con quello dell’identità, della politica culturale e del futuro. Oscar Iarussi, direttore artistico, ha insistito fin dall’inizio su un dato semplice ma sostanziale: questa edizione ha fatto registrare il tutto esaurito e grandi successi, in un quadro che ha visto funzionare sia le retrospettive sia la programmazione contemporanea, sia le opere più popolari sia le proposte più esigenti. Prima ancora di entrare nel merito dei risultati, Iarussi è voluto partire dalla struttura che ha reso possibile il festival: Apulia Film Commission, Antonio Parente, lo staff, Alessandra De Luca, tutte le persone al lavoro dietro le quinte. E ha portato anche il saluto di Anna Maria Tosto, assente per motivi di salute, sottolineando il suo desiderio di ringraziare il “pubblico straordinario” che per la diciassettesima volta ha riempito cinema e teatri, accompagnando un festival capace di salutare nuove opere e nuovi riconoscimenti rivolti al cinema pugliese, italiano e internazionale.
L’idea di fondo è chiara: il Bif&st non si limita a ospitare film, ma costruisce un campo di relazioni. E forse proprio qui sta il tratto che più nettamente distingue l’edizione 2026. Antonio Parente, direttore generale di Apulia Film Commission, ha riconosciuto a Iarussi una direzione non facile da sostenere né sul piano intellettuale né su quello organizzativo, definendola un lavoro minuzioso, quasi certosino, esteso a ogni dettaglio della macchina festivaliera fino alla “produzione della parte artistica”. Il suo è stato un elogio che va oltre la formula: Iarussi, ha detto in sostanza, non è stato solo un direttore artistico in senso astratto, ma una presenza concreta, fisica, continua, perfino ingombrante nel senso più operoso del termine, cioè pienamente immersa nei processi reali del festival. Parente ha poi allargato il campo dei ringraziamenti alla stampa, ai fotografi e a tutti coloro che spesso restano invisibili, ma senza i quali una manifestazione di questa complessità non starebbe in piedi. Nel suo intervento si è affacciata anche una valutazione di lungo periodo: in diciassette anni il Bif&st ha conosciuto una progressione costante, mettendo insieme il cinema italiano e internazionale con la città e con la regione, e questo, implicitamente, significa che Bari e la Puglia hanno acquisito nel tempo qualcosa da dire, e da dire con autorevolezza, dentro il panorama culturale nazionale e non solo.
È un punto su cui è tornato anche il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, che ha definito il Bif&st un festival ormai autonomo e autorevole, capace di posizionarsi stabilmente all’interno del sistema della cinematografia italiana e internazionale. Ma, come spesso accade nei suoi interventi, Decaro ha spostato presto il baricentro dai dati all’esperienza vissuta. Ha parlato di teatri e cinema sold out, di pubblico presente ogni giorno agli incontri, alle masterclass, alle occasioni di scambio con artisti, registi, talenti emergenti e attori internazionali. E, accanto alla soddisfazione per il risultato complessivo, ha voluto mettere in risalto ciò che più lo ha emozionato: il coinvolgimento dei ragazzi di Enziteto-San Pio, orgogliosi di mostrare ai propri coetanei un cortometraggio dell’Accademia del Cinema del quartiere. In questo passaggio si coglie uno degli aspetti più rilevanti dell’intera edizione: il festival come dispositivo di allargamento dell’accesso, come occasione di riconoscimento per territori e soggettività che normalmente restano ai margini del racconto culturale dominante. Decaro ha insistito anche sul ruolo delle maestranze e di tutte le figure che rendono possibile una manifestazione così complessa, ma soprattutto ha definito il Bif&st un’occasione di incontro democratico, uno spazio in cui cittadini, artisti, lavoratori e pubblico si sentono parte di uno stesso spettacolo collettivo. Non una platea che consuma, dunque, ma una comunità che partecipa.
Il sindaco Vito Leccese ha scelto un tono insieme politico e narrativo. Da un lato ha sottolineato la qualità della programmazione e la risposta del territorio; dall’altro ha messo al centro il rapporto sempre più stretto tra festival e città. Sono stati, ha osservato, otto giorni di grande affluenza, nonostante il cattivo tempo nelle battute finali. Bari si è animata, si è lasciata attraversare dal Bif&st, e non soltanto nei luoghi canonici della manifestazione. Il sindaco ha rivendicato con orgoglio la risposta del “Fuori Bif&st”, con centinaia di iniziative organizzate insieme all’amministrazione comunale, al mondo dello sport, alle categorie commerciali, ai professionisti che hanno aperto i propri studi e agli operatori economici che, per oltre una settimana, hanno accompagnato e rilanciato il clima del festival. È qui che il discorso di Leccese diventa significativo: il Bif&st, dice in sostanza, non è più soltanto un evento ospitato a Bari, ma un pezzo della narrazione cittadina. Per raccontarlo ha richiamato una battuta di Polvere di stelle: Monica Vitti chiede ad Alberto Sordi “Ma dove mi hai portato?”, e lui risponde “A Bari, amore mio”. Leccese la rovescia in una sorta di slogan identitario: è bello immaginare gli ospiti che, tornando a casa, si sentono domandare dove siano stati e possano rispondere, appunto, “Sono stato a Bari, amore mio”. Dietro la leggerezza della citazione c’è l’ambizione di una città che non vuole più essere periferia dell’immaginario, ma luogo centrale di produzione simbolica.
In questa chiave va letto anche il grande tema del decentramento, su cui sia Iarussi sia Leccese sono tornati più volte. Il Bif&st 2026 ha confermato la centralità del Petruzzelli, ma ha coinvolto anche il Kursaal, il Piccolo, la Galleria, Palazzo Starita, il Teatro Margherita, spazi diffusi e perfino la periferia più lontana, San Pio, entrata nel cuore del festival proprio attraverso il lavoro con l’Accademia del cinema. Non è un dettaglio logistico, ma una precisa idea di politica culturale: portare il festival dentro la città e portare la città dentro il festival. Leccese lo ha detto chiaramente rispondendo a una domanda sulla possibilità di rafforzare il legame fra fotografia, cinema e Bari. Ha ricordato le mostre allestite negli anni scorsi, il ruolo di Palazzo Pitagora, i maestri della fotografia di scena, l’omaggio alle dive ritratte da Chiara Samugheo, le installazioni dei giovani dell’Accademia di Belle Arti e la recente restituzione alla città del Teatro Margherita, destinato a diventare sempre più parte dell’ecosistema del festival. L’orizzonte è quello di un “cinema diffuso”, di una metropoli che si lascia interpretare attraverso il linguaggio delle immagini, non solo nelle sale ma nei suoi spazi storici, nelle sue periferie, nelle sue istituzioni culturali.
Se il radicamento urbano è un asse decisivo, l’altro grande versante è quello della risonanza pubblica del festival. I numeri forniti da Iarussi sono eloquenti: circa 28mila utenti attivi sul nuovo sito in una sola settimana, oltre 250mila visualizzazioni, più di 500mila clic, una circolazione internazionale dei contenuti con accessi da Francia, Spagna, Inghilterra, Stati Uniti e persino dalla Cina. Sul fronte social, il Bif&st ha superato i 6 milioni di visualizzazioni e le 100mila interazioni, mentre il canale WhatsApp ha raggiunto rapidamente i 2mila iscritti. Ma anche qui il punto non è solo quantitativo. Il direttore artistico ha insistito sul carattere moltiplicatore della comunicazione: non soltanto i canali ufficiali, ma una rete di enti, partner, creator, influencer, ragazzi della città universitaria, media come Rai Radio3, tutti impegnati a rilanciare contenuti, immagini, racconti, impressioni. Il festival si è così propagato oltre se stesso, assumendo una forma diffusa e policentrica. È come se il Bif&st avesse trovato, in questa edizione, una doppia cittadinanza: da un lato nelle sale e nelle strade di Bari, dall’altro nell’ecosistema digitale che ne ha moltiplicato l’eco.
La riflessione di Iarussi, però, è andata oltre la soddisfazione per i numeri. Il cuore del suo discorso è stato il significato culturale e, in un certo senso, politico del festival. Ha parlato di una linea euro-mediterranea come scelta precisa: il Mediterraneo non come formula astratta, ma come passato e futuro, come filo d’orizzonte che riguarda direttamente Bari e la Puglia. In questa cornice, il dato forse più interessante non è il richiamo dei grandi nomi – pure fortissimo, come dimostrano l’entusiasmo per Lino Banfi, l’attesa per Checco Zalone, la presenza di Luisa Ranieri, Alessandro Baricco e tanti altri – ma la risposta del pubblico verso proposte meno scontate. Iarussi ha citato la fila di 600 persone rimaste fuori per un’artista iraniana esordiente, la regista Raha Shirazi, e ha insistito proprio su questo punto: non c’è solo l’effetto star, c’è il desiderio di scambio, di riflessione, di confronto. È una lettura che conferisce al festival una valenza ulteriore. Il pubblico del Bif&st non è descritto come massa indistinta, ma come cittadinanza attiva, nel senso caro a Franco Cassano, cui è intitolato il premio del concorso internazionale. Persone che si mettono in fila sotto la pioggia per un film macedone o iraniano, oppure per incontrare interpreti amatissimi del nostro cinema, ma in entrambi i casi dentro una stessa disposizione all’ascolto e alla condivisione.
In questo quadro, il Bif&st assume quasi la funzione di una tregua. Iarussi lo ha detto esplicitamente anche in altri passaggi della manifestazione: il festival offre l’opportunità di riflettere e anche di divertirsi, ma soprattutto di aprire una parentesi di senso dentro uno scenario internazionale gravoso, segnato da conflitti e da echi di guerra. Il cinema, in questa prospettiva, non è evasione, ma uno spazio simbolico capace di rimettere in moto il pensiero collettivo. E si capisce allora perché l’omaggio dell’ultimo minuto a Gino Paoli venga evocato dal direttore artistico come un gesto quasi giornalistico: come in redazione, quando si toglie un pezzo di pagina e se ne inserisce un altro per aderire a ciò che accade nel reale. Anche il festival, sembra dire Iarussi, deve restare vivo, reattivo, capace di dialogare con il presente.
Tra i momenti che hanno dato spessore popolare all’ultima giornata, un posto speciale spetta naturalmente a Lino Banfi, celebrato al Petruzzelli con il premio Bif&st Arte del Cinema, fra la proiezione di Vieni avanti cretino e il documentario Lino d’Italia. Storia di un ItALIENO. Iarussi ne ha parlato come di un “monumento nazionale”, e la definizione coglie bene il senso della sua presenza: non solo un ospite prestigioso, ma una figura capace di attivare immediatamente un immaginario condiviso, di tenere insieme memoria, affetto, comicità popolare e storia del cinema italiano. Accanto a lui, il festival ha continuato a distribuire riconoscimenti a protagonisti diversi per poetica e profilo, da Valeria Golino a Gennaro Nunziante, da Checco Zalone ad Abdellatif Kechiche, confermando una linea capace di attraversare linguaggi, pubblici e tradizioni differenti.
C’è poi un altro aspetto emerso con forza nella conferenza e che merita di essere valorizzato in un bilancio complessivo: il rapporto tra il Bif&st e la memoria del cinema, intesa non come celebrazione rituale ma come energia viva. La retrospettiva dedicata a Giuseppe Tornatore, ospitata in una sede simbolica come il Petruzzelli, è stata letta da un intervento stampa come una scelta particolarmente felice. Non solo per il prestigio del cineasta, ma perché i suoi film, e in particolare il legame con la musica di Ennio Morricone, vengono percepiti come una fonte di speranza, una possibilità di trasmettere alle nuove generazioni l’idea che un cinema aperto a tutti, colto e popolare insieme, sia ancora possibile.
Non a caso Leccese in risposta ha annunciato un programma estivo che proseguirà idealmente quella traiettoria: una grande proiezione all’aperto di Nuovo Cinema Paradiso, probabilmente in Piazza Prefettura o sul lungomare, la proiezione della versione restaurata di Per un pugno di dollari, il gemellaggio Bari-Palermo nel nome della bellezza e di Morricone per la celebrazione della sua opera. Il messaggio è netto: l’impegno del Comune sul cinema non si chiude con il festival, ma continua nell’estate e punta a proiettare Bari in una rete più ampia di relazioni culturali.
Anche qui torna una parola decisiva: continuità. Il Bif&st non si presenta come parentesi brillante, ma come una piattaforma che produce effetti sul territorio, sulle politiche culturali e persino sull’immagine internazionale della città. Lo dimostra il fatto che alcune produzioni nate o valorizzate attorno al festival siano già richieste altrove, in area palermitana e perfino in altre città europee. Portare il nome di Bari più lontano, in questo senso, non significa fare semplice promozione, ma consolidare un modello: quello di una città che usa il cinema per raccontarsi senza provincialismi.
Naturalmente, dentro un bilancio tanto ampio, trovano spazio anche i dettagli apparentemente laterali, che però dicono molto dello spirito di questa edizione. I ringraziamenti di Iarussi ai colleghi giornalisti, agli addetti stampa, ai produttori, ai distributori, agli accompagnatori degli ospiti; la soddisfazione di Parente per la presenza in città di conterranei come Gennaro Nunziante e Luca Medici; il richiamo di Tosto all’identità e all’anima della città e della regione che il festival riesce a esprimere; le battute di Leccese sull’“Oscar” di nome e di fatto; il riconoscimento ai partner e agli sponsor che non si limitano più a sostenere economicamente il Bif&st, ma diventano a loro volta produttori di contenuti e operatori culturali. Tutti elementi che, assemblati, restituiscono l’idea di una manifestazione non più fragile o dipendente da un unico centro, bensì sostenuta da una rete ampia e consapevole.
La sensazione finale è che il Bif&st 2026 abbia consolidato una maturità. Non soltanto per i risultati, ma per la qualità del discorso che è riuscito a costruire attorno a sé. Festival di popolo, festival di comunità, festival democratico: le formule ascoltate in conferenza potrebbero sembrare di circostanza, se non fossero accompagnate da una serie di segnali concreti. Il coinvolgimento delle periferie. Le file per film difficili. Le sale gremite dal mattino alla sera. Il lavoro con le scuole e con l’università. Il decentramento degli spazi. La forza del racconto digitale. La capacità di tenere insieme Lino Banfi e un’esordiente iraniana, Tornatore e i ragazzi di San Pio, il glamour e la formazione, il Petruzzelli e i quartieri. È in questo equilibrio, non semplice e non scontato, che il festival sembra avere trovato oggi la propria identità più convincente.
E mentre l’edizione appena conclusa lascia ancora aperta, fino al 12 aprile, la mostra di Palazzo Starita e prolunga così la sua coda culturale dentro la città, lo sguardo è già rivolto alla prossima tappa. La 18ª edizione si svolgerà dal 10 al 17 aprile. Iarussi l’ha annunciata con una delle sue battute più sorprendenti, evocando per la “maggiore età” del festival una sezione dedicata al cinema erotico, anche come modo per tornare a interrogare la storia delle sale scomparse e dei modi in cui il cinema abitava un tempo le città. È un’uscita ironica, certo, ma anche rivelatrice di un metodo: guardare avanti senza smarrire la memoria, continuare a interrogare il rapporto tra film, luoghi, pubblico e costume.
Se c’è un’eredità che il Bif&st 2026 lascia a Bari, dunque, non è soltanto quella di una manifestazione riuscita. È l’idea che il cinema possa ancora essere uno spazio pubblico, una pratica di cittadinanza, una forma di riconoscimento reciproco. E che una città del Sud, senza complessi e senza enfasi di maniera, possa usare il festival non per travestirsi, ma per dirsi meglio. In questo senso, il risultato più importante non sono i 50mila ingressi, i clic, le visualizzazioni o i sold out. Il risultato più importante è che, per una settimana, Bari non ha semplicemente ospitato il Bif&st: lo ha incarnato.