RESTIAMO ALIENI

Spielberg e la scomparsa dell'umano nell'epoca del capitalismo cosmico

Per quasi cinquant'anni Spielberg ci ha insegnato a guardare il cielo. Oggi sembra costringerci a guardare noi stessi.

Ci sono film che parlano degli alieni. E poi ci sono film che utilizzano gli alieni come uno specchio.

Non per raccontare ciò che esiste là fuori, ma per rivelare ciò che sta accadendo qui dentro. Disclosure Day appartiene a questa seconda categoria.

Molti spettatori usciranno dalla sala discutendo degli extraterrestri, delle tecnologie, delle implicazioni fantascientifiche, delle presenze misteriose, dei fenomeni inspiegabili che attraversano il film. Eppure, a ben guardare, tutto questo rappresenta soltanto la superficie narrativa del racconto.

La vera materia di Disclosure Day non è l'alieno. La vera materia di è l'essere umano contemporaneo. O meglio: ciò che dell'umano è rimasto.

Per comprendere la portata di questo film è necessario compiere un passo indietro e osservare la traiettoria complessiva dell'opera di Steven Spielberg.

Per quasi mezzo secolo il regista americano ha costruito una delle più grandi mitologie moderne dell'alterità. “Incontri ravvicinati del terzo tipo” non era semplicemente un film sugli UFO. Era un film sulla meraviglia. Era il racconto di un uomo che scopriva l'esistenza di qualcosa infinitamente più grande di lui. L'alieno non appariva come una minaccia. Appariva come una rivelazione. Come una chiamata. Come la dimostrazione che il mondo non coincideva con i confini della nostra esperienza.

Lo stesso accadeva in “ET”. Anche lì l'ignoto non assumeva la forma del nemico. Assumeva la forma dell'ospite. Del vulnerabile. Del diverso. Del fragile. L'essere umano era chiamato a compiere un gesto preciso: accogliere. Ascoltare. Proteggere. Entrare in relazione.

In tutta la prima fase della filmografia spielberghiana l'alterità possiede una qualità quasi sacra.

L'altro è portatore di un significato. L'altro è una possibilità. L'altro è una promessa. Disclosure Day rompe radicalmente questa tradizione. Non perché gli alieni siano cambiati. Ma perché siamo cambiati noi.

Questo è il primo grande equivoco che bisogna evitare. Molte letture superficiali del film potrebbero concentrarsi sulla natura delle entità extraterrestri, sulle loro intenzioni, sui loro poteri, sulla loro provenienza.

Ma il punto centrale non è questo. La vera trasformazione non riguarda gli alieni. Riguarda il nostro sguardo. Se Incontri ravvicinati del terzo tipo era il film della contemplazione, Disclosure Day è il film dell'appropriazione. Se Incontri ravvicinati era il film dello stupore, questa ultima opera è il film del controllo. Se ET era il film dell'accoglienza, Disclosure Day è il film della gestione.

La differenza è enorme.

Nel 1977 l'essere umano alzava gli occhi verso il cielo e riconosceva la propria piccolezza. Nel presente l'essere umano guarda l'universo e vede una risorsa. Una possibilità di sfruttamento. Una nuova frontiera da colonizzare. Un nuovo territorio da incorporare. Il passaggio è sottile ma decisivo.

Perché modifica completamente il rapporto tra l'uomo e l'ignoto. L'ignoto non viene più incontrato. Viene acquisito. Non viene più contemplato. Viene misurato. Non viene più rispettato. Viene catalogato. Non viene più ascoltato. Viene amministrato. È qui che Disclosure Day smette di essere un film di fantascienza e diventa una riflessione antropologica.

Perché la vera domanda che Spielberg sembra porci non riguarda gli extraterrestri. La vera domanda è un'altra.

Che cosa accade a una civiltà quando perde la capacità di stupirsi? Che cosa accade quando ogni forma di alterità viene immediatamente trasformata in funzione? Che cosa accade quando il mistero smette di essere mistero e diventa materia prima?

Per comprendere la portata di questa domanda è necessario osservare il nostro presente. Viviamo in un'epoca che ha progressivamente sostituito la contemplazione con l'utilizzo. Non osserviamo più. Consumiamo. Non ascoltiamo più. Elaboriamo. Non incontriamo più. Gestiamo. Ogni esperienza viene tradotta in dato. Ogni relazione viene tradotta in informazione. Ogni emozione viene tradotta in contenuto. Ogni desiderio viene tradotto in mercato. Persino la nostra attenzione è diventata una risorsa economica. Persino la nostra identità è diventata un insieme di informazioni da raccogliere, profilare, monetizzare e rivendere.

In questo scenario Disclosure Day assume un significato sorprendentemente contemporaneo. L'alieno diventa il simbolo di tutto ciò che resiste all'assimilazione. Di tutto ciò che sfugge alla logica   dell'utilità. Di tutto ciò che non può essere immediatamente ridotto a funzione. Ed è proprio per questo che il sistema cerca immediatamente di catturarlo. Il film mostra così una delle caratteristiche più inquietanti della modernità avanzata. La sua incapacità di tollerare l'esistenza di qualcosa che non possa essere trasformato in valore economico o strumento di potere. L'universo non viene più contemplato. Viene rivendicato. L'ignoto non viene più rispettato. Viene sequestrato. L'altro non viene più incontrato. Viene processato. La vera tragedia raccontata da Disclosure Day non è quindi l'arrivo degli alieni. È la scomparsa dell'umano. Non nel senso biologico del termine. Nel senso culturale. Nel senso simbolico. Nel senso spirituale.

Forse siamo arrivati oltre il postumanesimo. Forse stiamo entrando in una fase storica nella quale non conta più ciò che siamo, ma soltanto ciò che possiamo utilizzare. Non conta più la relazione. Conta la funzione. Non conta più il significato. Conta l'efficienza. Non conta più l'incontro. Conta l'estrazione di valore. Ed è proprio qui che il film di Spielberg diventa inquietante. Perché non ci   mostra una civiltà invasa dagli alieni. Disclosure Day ci mostra una civiltà che sembra aver progressivamente smarrito il valore dell'alterità. Una civiltà che non riesce più a guardare il cielo senza interrogarsi su come appropriarsene, sfruttarlo o trasformarlo in una risorsa economica, scientifica o strategica. Il mistero non viene più accolto come un'occasione di conoscenza, ma ricondotto all'interno di una logica di controllo che raggiunge il proprio punto più estremo nella cattura e nella tortura degli alieni. Proprio perché considerati radicalmente altri, essi vengono esclusi dalla comunità morale e la loro sofferenza perde valore agli occhi di chi li osserva. Eppure, il film suggerisce una verità elementare e profonda: la sofferenza non appartiene a una specie, a una cultura o a un pianeta. La sofferenza è universale. Nel momento in cui una civiltà smette di riconoscerla nell'altro, qualunque forma quell'altro assuma, rischia di perdere non soltanto il rapporto con l'alterità, ma anche la comprensione del significato stesso dell'essere umani.

La macchina della disumanizzazione

Se il primo livello di Disclosure Day riguarda la perdita della capacità di stupirsi, il secondo riguarda qualcosa di ancora più inquietante. La perdita della capacità di riconoscere l'altro. È qui che il film assume una profondità che va ben oltre la fantascienza e comincia a dialogare con uno dei temi più ricorrenti dell'intera filmografia di Spielberg.

Per comprenderlo occorre fare un passo apparentemente azzardato ma, a mio avviso, estremamente significativo. Occorre tornare a Schindler's List. Naturalmente non stiamo parlando di una relazione narrativa. Non stiamo dicendo che Disclosure Day sia una metafora dell'Olocausto. Sarebbe una semplificazione intellettualmente scorretta oltre che storicamente inaccettabile. La connessione è molto più sottile. Molto più profonda. Molto più antropologica. In entrambi i casi Spielberg sembra interrogarsi sulla stessa domanda fondamentale:

come si trasforma un essere vivente in un oggetto?

Come si arriva a guardare qualcuno senza riconoscergli più una dignità intrinseca?

Come si arriva a considerare una vita come una semplice funzione?

La storia umana è piena di esempi di questo meccanismo. Prima si individua una differenza. Poi la si definisce. Poi la si separa. Poi la si classifica. Poi la si riduce a categoria. Infine, la si riduce a funzione.

È un processo graduale. Quasi sempre invisibile. Quasi sempre burocratico. Quasi sempre apparentemente razionale. La cosa più terribile non è infatti l'odio. La cosa più terribile è l'amministrazione. Quando l'altro smette di essere percepito come un soggetto e diventa un problema da gestire, una variabile da controllare, un dato da elaborare, la violenza può essere esercitata senza neppure percepirsi come violenza. Ed è proprio questo il cuore oscuro di Disclosure. L'alieno non viene immediatamente distrutto. Viene studiato. Analizzato. Classificato. Contenuto. Monitorato. Misurato.

È una differenza fondamentale. Perché il film non ci mostra la barbarie. Ci mostra la razionalizzazione della barbarie. Non ci mostra il mostro. Ci mostra il protocollo. Ed è proprio questo che rende tutto infinitamente più inquietante. Nel cinema classico il male possiede quasi sempre una forma riconoscibile. Ha un volto. Ha una voce. Ha un'identità. In Disclosure Day il male assume invece una forma sistemica. Non coincide con un individuo. Coincide con un apparato. Con una struttura. Con una logica. Con un modo di pensare il mondo. L'alieno non è importante in quanto essere vivente. È importante in quanto risorsa.

Questa singola trasformazione concettuale contiene già tutto il problema.

Quando una forma di vita viene valutata esclusivamente per la sua utilità, la sua alterità diventa irrilevante. Ciò che conta non è più ciò che essa è. Conta soltanto ciò che può produrre. Da questo punto di vista Disclosure Day racconta una mutazione antropologica gigantesca. La sostituzione dell'incontro con l'estrazione. L'altro non viene più conosciuto. Viene sfruttato. L'altro non viene più ascoltato. Viene interpretato come una fonte di informazioni. L'altro non viene più accolto. Viene integrato all'interno di un sistema che ne assorbe il valore.

Questo passaggio ci conduce direttamente al cuore filosofico del film. Perché la questione non riguarda soltanto gli alieni. Riguarda il nostro rapporto con qualsiasi forma di alterità. Con la natura. Con gli animali. Con le culture. Con i popoli. Con i corpi. Con il pianeta. Con l'universo stesso.

Ogni volta che qualcosa viene ridotto esclusivamente alla sua funzione, si produce una forma di impoverimento simbolico. Il mistero scompare. La complessità scompare. L'alterità scompare. Rimane soltanto l'utilità.

Ed è qui che Disclosure Day si rivela un film profondamente contemporaneo. Viviamo infatti in una civiltà che ha trasformato quasi tutto in una risorsa da sfruttare. Le foreste sono risorse. Gli oceani sono risorse. Le montagne sono risorse. Gli animali sono risorse. I dati personali sono risorse. Le emozioni sono risorse. L'attenzione è una risorsa. Persino l'identità è diventata una risorsa da sfruttare e utilizzare.

Non stupisce allora che, nell'universo simbolico del film, anche l'alieno finisca immediatamente all'interno della stessa logica.

La vera domanda che Disclosure Day sembra porci è terribile nella sua semplicità.

Se arrivasse davvero qualcosa di radicalmente altro rispetto a noi, saremmo ancora capaci di incontrarlo? Oppure cercheremmo immediatamente di trasformarlo in una proprietà?

La risposta suggerita dal film non appare particolarmente rassicurante. Perché ciò che vediamo non è una civiltà pronta al dialogo. Vediamo una civiltà pronta all'appropriazione. E forse è proprio qui che Spielberg compie il suo gesto più radicale. Per decenni il suo cinema ha raccontato la possibilità di un incontro. Oggi sembra suggerire che il vero ostacolo all'incontro non siano gli alieni. Siamo noi.

Siamo diventati talmente abituati a trasformare tutto in funzione da non riuscire più a riconoscere il valore di ciò che eccede l'utilità. L'alieno rappresenta allora qualcosa di molto più importante di una presenza extraterrestre. Rappresenta il residuo di mistero che ancora sfugge alla cattura. Rappresenta ciò che non dovrebbe essere posseduto. Rappresenta ciò che non dovrebbe essere ridotto a profitto. Rappresenta il limite. Ed è proprio il limite ciò che la civiltà contemporanea sembra aver smesso di tollerare. Per questo Disclosure Day non è soltanto un film sugli extraterrestri.

È un film sulla crisi dell'alterità. È un film sulla trasformazione dell'altro in risorsa. Ed è, soprattutto, un film sulla progressiva scomparsa di quella sensibilità che per secoli abbiamo chiamato semplicemente umanità.

Il capitalismo cosmico e la colonizzazione dell'inconoscibile

Se la disumanizzazione rappresenta il cuore morale di Disclosure Day, il capitalismo cosmico ne rappresenta probabilmente il cuore filosofico. È qui che il film smette definitivamente di parlare soltanto di alieni. Ed è qui che Spielberg sembra intercettare una delle trasformazioni più profonde della contemporaneità. Per comprendere questo passaggio occorre osservare un fenomeno che caratterizza il nostro tempo.

Per secoli il potere ha avuto una dimensione prevalentemente territoriale. I grandi imperi volevano terre. Le monarchie volevano confini. Le nazioni volevano espandere la propria influenza. Le guerre riguardavano territori. Risorse. Popolazioni. Lo spazio fisico rappresentava il principale oggetto del desiderio politico.

Con la modernità industriale questa logica si è trasformata. Non era più sufficiente conquistare territori. Bisognava conquistare mercati. Produzione. Energia. Materie prime.

Successivamente, il capitalismo digitale ha compiuto un ulteriore salto. Non bastava più possedere le cose. Bisognava possedere l'informazione. I dati. L'attenzione. I comportamenti. Le emozioni. I desideri. Il passaggio è stato straordinario. Per la prima volta nella storia umana il capitale ha iniziato a colonizzare dimensioni immateriali dell'esistenza. Non soltanto ciò che facciamo. Ma ciò che pensiamo. Non soltanto ciò che possediamo. Ma ciò che desideriamo. Non soltanto il nostro lavoro. Ma la nostra stessa attenzione.

Disclosure Day immagina il passo successivo. L'ultimo. La colonizzazione dell'inconoscibile. L'universo non è più uno spazio da contemplare. Diventa una frontiera economica. L'alieno non è più una presenza da comprendere. Diventa una risorsa. Il mistero non è più qualcosa da rispettare. Diventa qualcosa da sfruttare.

Questo è il vero elemento rivoluzionario del film. La fantascienza classica raccontava quasi sempre l'incontro con l'ignoto. Disclosure Day racconta l'assimilazione dell'ignoto. L'alterità non viene lasciata esistere. Viene incorporata. Assorbita. Convertita. Tradotta in valore.

Da questo punto di vista, il laboratorio delle torture che compare nel film assume un significato simbolico enorme. Non è semplicemente una struttura militare. Non è semplicemente un centro di ricerca. È una metafora della nostra epoca. È il luogo nel quale ogni differenza viene trasformata in informazione. Ogni mistero viene trasformato in dato. Ogni alterità viene trasformata in funzione. Ogni forma di vita viene trasformata in potenziale vantaggio. È una macchina ontologica. Una macchina che converte l'essere in risorsa.

La cosa inquietante è che questa logica non riguarda soltanto il film. Riguarda la realtà. Viviamo in un mondo nel quale persino le esperienze più intime vengono continuamente convertite in valore economico. Le nostre relazioni producono dati. Le nostre emozioni producono dati. Le nostre paure producono dati. Le nostre aspirazioni producono dati. I nostri gusti producono dati. Le nostre fragilità producono dati. Persino la nostra identità è diventata un giacimento informativo.

Per questo Disclosure Day colpisce così profondamente. Perché porta questa logica alle sue estreme conseguenze. Se tutto può essere sfruttato, allora anche l'universo può essere sfruttato. Se tutto può essere monetizzato, allora anche l'ignoto può essere monetizzato. Se tutto può essere trasformato in capitale, allora persino una civiltà extraterrestre può essere trasformata in capitale. Questa intuizione ci conduce a una questione ancora più radicale. Forse il problema non è il capitalismo. Forse il problema è qualcosa di ancora più profondo. Qualcosa che precede il capitalismo stesso. Qualcosa che riguarda il nostro rapporto con il limite.

Ed è qui che emerge una parola antichissima. Una parola che attraversa tutta la cultura occidentale. Una parola che i Greci conoscevano molto bene. Hybris. L'hybris era la colpa di chi rifiutava il limite. Di chi pretendeva di essere più grande della propria condizione. Di chi voleva sostituirsi agli dèi. Di chi non riconosceva più alcuna misura. Disclosure Day può essere letto esattamente come il racconto di una nuova forma di hybris. Non più religiosa. Non più mitologica. Ma tecnologica. Economica. Politica. Cosmica.

L'uomo contemporaneo non si limita più a dominare il proprio ambiente. Vuole dominare il pianeta. Non si limita più a dominare il pianeta. Vuole dominare il sistema solare. Non si limita più a dominare lo spazio. Vuole dominare l'ignoto. Vuole dominare il mistero. Vuole dominare persino ciò che non comprende. E qui il film raggiunge la sua dimensione più tragica. Perché il desiderio di dominio nasce spesso da una profonda fragilità. Da una paura. Da una mancanza. Da un'incapacità di accettare la propria finitudine. L'essere umano contemporaneo sembra aver smarrito la capacità di convivere con ciò che non controlla. Ogni zona oscura deve essere illuminata. Ogni segreto deve essere rivelato. Ogni differenza deve essere assimilata. Ogni alterità deve essere normalizzata. L'universo stesso deve diventare trasparente.

Ed è qui che Disclosure Day assume un significato quasi metafisico. Perché l'alieno rappresenta esattamente ciò che sfugge. Ciò che resiste. Ciò che non può essere completamente tradotto nelle categorie umane. L'alieno diventa il simbolo del limite. E proprio per questo viene perseguitato. Non perché sia pericoloso. Ma perché ricorda all'uomo l'esistenza di qualcosa che non gli appartiene. Qualcosa che non può essere posseduto. Qualcosa che non può essere ridotto a profitto. Qualcosa che continua ostinatamente a eccedere ogni tentativo di appropriazione. Forse è proprio questo il grande scandalo del film. L'esistenza di qualcosa che non può essere trasformato in merce. Qualcosa che continua a sottrarsi. Qualcosa che continua a rimanere alieno.

E forse è proprio qui che si apre la domanda più importante di tutto il racconto.

Che cosa accadrebbe se l'ultimo alieno non fosse colui che arriva dalle stelle? Che cosa accadrebbe se l'ultimo alieno fosse diventato l'essere umano capace di rifiutare questa logica dell'appropriazione universale? Che cosa accadrebbe se la vera alterità da difendere fosse proprio quella parte di noi che continua a credere nell'incontro invece che nel possesso? È da questa domanda che prende forma il significato più profondo del titolo di questo saggio.

Restiamo alieni.

I passeggeri dell'alterità

Uno degli aspetti più interessanti di Disclosure Day riguarda il modo in cui il film ridefinisce il tema dell'incontro con l'ignoto rispetto alla tradizione spielberghiana. Il confronto con Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo è inevitabile, ma proprio questo confronto permette di cogliere una differenza decisiva.

Nel film del 1977 il desiderio della conoscenza nasce dagli esseri umani. I protagonisti percepiscono una chiamata, sviluppano una curiosità crescente e arrivano infine a compiere una scelta consapevole: abbandonare il mondo conosciuto per avvicinarsi a qualcosa che appartiene a una dimensione diversa. L'iniziativa resta nelle loro mani. L'incontro con l'alterità è il risultato di una ricerca.

In Disclosure Day la situazione è molto più complessa. Margaret e Daniel non scelgono l'incontro. Lo subiscono e allo stesso tempo ne vengono coinvolti. Quando entrano in contatto con gli alieni sono bambini e il film insiste continuamente su questo elemento. Non si tratta di un dettaglio narrativo ma di una precisa scelta simbolica. Gli extraterrestri non cercano scienziati, militari o uomini di potere. Cercano bambini.

La ragione di questa scelta può essere interpretata in diversi modi. Da un lato il film sembra suggerire che l'infanzia possieda una particolare apertura nei confronti dell'ignoto. I bambini non hanno ancora sviluppato quelle strutture difensive e razionalizzatrici che caratterizzano il mondo adulto. Sono più disponibili ad accettare l'esistenza di qualcosa che non comprendono completamente e più inclini a convivere con il mistero senza avvertire immediatamente il bisogno di trasformarlo in una spiegazione.

In questo senso il riferimento al fanciullino di Pascoli diventa particolarmente utile. Ciò che gli alieni sembrano cercare non è semplicemente una determinata fascia d'età ma una specifica disposizione dello sguardo. Cercano individui che conservino la capacità di meravigliarsi, di immaginare e di riconoscere la presenza di significati che sfuggono alle categorie ordinarie dell'esperienza. Margaret e Daniel vengono scelti perché rappresentano ancora questa possibilità.

Allo stesso tempo, però, il film introduce un elemento di ambiguità che sarebbe un errore ignorare. I bambini possiedono certamente una maggiore apertura, ma possiedono anche una maggiore vulnerabilità. Sono più ricettivi, più influenzabili e meno attrezzati per opporre resistenza a ciò che eccede la loro comprensione. Per questa ragione gli alieni non possono essere considerati figure semplicemente benevole o moralmente incontaminate. La loro strategia non si fonda sulla coercizione, ma resta comunque una forma di intervento.

L'aspetto più interessante è il modo in cui questo intervento viene messo in scena. Gli extraterrestri non si manifestano attraverso immagini di potenza tecnologica o di superiorità militare. Il loro linguaggio è quello della fiaba. Il cardinale, il cervo, la volpe, il procione e le altre presenze animali che accompagnano il percorso dei protagonisti costruiscono un immaginario che appartiene più al racconto iniziatico che alla fantascienza tradizionale. La foresta, il sentiero, gli animali guida e la misteriosa casa verso cui vengono condotti richiamano continuamente la struttura simbolica delle fiabe europee, in particolare quelle legate al tema dell'attraversamento e della trasformazione.

Questa scelta narrativa suggerisce che gli alieni abbiano compreso qualcosa di fondamentale sulla natura umana. Per stabilire un contatto non utilizzano il linguaggio della forza ma quello dell'immaginazione. Non impongono una verità. Costruiscono un percorso attraverso il quale i protagonisti vengono gradualmente preparati a percepire una realtà diversa.

È in questo contesto che acquista significato la definizione di "passeggeri" utilizzata nel film. Margaret e Daniel non sono eroi nel senso tradizionale del termine e non sono nemmeno semplici testimoni. Sono individui trasportati all'interno di un'esperienza che li supera e che continuerà a influenzare la loro esistenza anche in età adulta.

Questa prospettiva permette di comprendere meglio la figura di Margaret; rimane umana dall'inizio alla fine: ciò che cambia è la sua posizione rispetto al mondo.

L'esperienza vissuta durante l'infanzia produce una trasformazione che non coincide con una mutazione biologica o con una perdita della propria identità. Margaret diventa piuttosto una figura di mediazione. Le lingue sconosciute che affiorano improvvisamente, le vocalizzazioni anomale, le percezioni che sembrano eccedere le normali capacità umane e la sua particolare efficacia nel convincere le persone non indicano una natura aliena. Indicano la persistenza di un legame.

Il film la costruisce come una messaggera. Qualcuno che continua ad abitare il mondo umano ma che conserva la memoria, la traccia e gli effetti di un incontro che non è mai stato completamente assimilato. Per questo motivo la sua funzione narrativa non consiste nel rappresentare l'alterità ma nel renderla visibile. Quando interviene sugli altri personaggi non lo fa per ottenere vantaggi personali né per esercitare una forma di dominio. Il suo obiettivo è portare alla luce una verità che qualcuno sta cercando di nascondere: l'esistenza degli alieni catturati, imprigionati e sottoposti a sperimentazioni.

Questa distinzione è importante anche per comprendere il significato della sua capacità persuasiva. Margaret influenza gli altri, ma il suo comportamento non può essere interpretato come una forma di manipolazione nel senso tradizionale del termine. La sua azione è orientata alla rivelazione piuttosto che al controllo. Se il potere economico e politico cerca di trasformare l'alterità in una risorsa, Margaret cerca invece di impedire che essa venga ridotta a un oggetto di sfruttamento.

In questa prospettiva il film non mette in scena un semplice conflitto tra umani e alieni. Mostra diversi modi di entrare in relazione con ciò che è diverso da noi. Gli alieni scelgono la via dell'influenza simbolica e dell'immaginazione, Margaret assume il ruolo della mediazione e della testimonianza, mentre le strutture di potere cercano di appropriarsi dell'alterità e di integrarla all'interno di una logica di controllo. È da questa tensione che nasce la complessità morale e filosofica diDisclosure Day.

Philip K. Dick e la realtà stratificata

Tra i riferimenti culturali che possono illuminare alcuni aspetti di Disclosure Day, Philip K. Dick occupa una posizione particolare. Il collegamento più immediato potrebbe essere Un oscuro scrutare, ma non tanto per una questione legata all'identità quanto per il modo in cui il romanzo affronta il rapporto tra percezione e realtà.

L'opera di Dick è attraversata da una domanda ricorrente: che cosa accade quando un individuo scopre che il mondo nel quale ha sempre vissuto non coincide con ciò che credeva di conoscere? I suoi personaggi si trovano spesso a confrontarsi con livelli differenti della realtà, con verità nascoste che improvvisamente emergono e con la difficoltà di distinguere ciò che appare da ciò che realmente esiste.

In Un oscuro scrutare questo problema assume una forma particolarmente evidente. Il protagonista vive una progressiva crisi percettiva che lo porta a muoversi tra identità, informazioni e piani della realtà sempre più difficili da separare. La questione centrale non riguarda soltanto chi egli sia, ma soprattutto quale mondo stia effettivamente osservando.

È in questa prospettiva che il confronto con Margaret diventa interessante.

Come accade spesso nell'immaginario di Philip K. Dick, Margaret in alcune occasioni non si presenta nella sua forma autentica. Per ottenere accesso alle coscienze, assume le sembianze, i  corpi, i volti e perfino le espressioni delle persone più amate dai suoi antagonisti. Non si limita a imitare l'aspetto esteriore: riproduce dettagli emotivi sufficienti a superare ogni diffidenza. I varchi del centro militare vengono aperti non perché Margaret sia creduta innocua, ma perché diventa quel qualcuno che si ama e di cui ci si fida.

Questa capacità richiama direttamente la logica della scramble suit dickiana: non una semplice maschera, ma un dispositivo d’identità instabile, capace di confondere volto, corpo e riconoscimento. Come in Philip K. Dick, il problema non è soltanto “chi” si ha davanti, ma se sia ancora possibile fidarsi di ciò che si vede.

È un tema profondamente dickiano: l'inganno dell'identità, l'impossibilità di distinguere l'umano dal simulacro e la vulnerabilità emotiva come punto d'accesso alla manipolazione della realtà.

Margaret non perde la propria identità. Non viene sostituita. Non si trasforma in una creatura aliena. Rimane una donna profondamente umana che continua a vivere all'interno della realtà quotidiana. Ciò che cambia è la sua posizione rispetto al mondo.

L'incontro vissuto durante l'infanzia la rende consapevole dell'esistenza di una dimensione che gli altri non percepiscono. Da quel momento la realtà non coincide più con ciò che appare in superficie. Il legame persistente con gli alieni non porta a una perdita di identità; piuttosto, rappresenta la possibilità di accesso a un livello ulteriore dell'esperienza.

La vicenda di Margaret può quindi essere letta come una forma di coscienza stratificata. Da una parte continua a condividere il mondo degli altri esseri umani; dall'altra conserva la memoria e gli effetti di un incontro che ha modificato il suo modo di interpretare la realtà. La sua condizione ricorda molti protagonisti dickiani che, dopo aver intravisto qualcosa che gli altri ignorano, non riescono più a tornare completamente alla visione precedente del mondo.

Da questo punto di vista il film sembra suggerire che la vera trasformazione non riguardi il corpo ma lo sguardo. Non è Margaret a diventare “aliena”. È la sua esperienza della realtà a diventare più ampia. L'universo che abita non è più limitato a ciò che può essere osservato, misurato o spiegato attraverso le categorie ordinarie. Esiste una dimensione ulteriore che continua a manifestarsi e che mette continuamente in discussione i confini tra ciò che sappiamo e ciò che crediamo di sapere.

Il richiamo a Philip K. Dick diventa quindi particolarmente efficace perché permette di leggere Disclosure Day non soltanto come una storia di contatto extraterrestre, ma come una riflessione sulla fragilità delle nostre certezze percettive. Come accade spesso nei romanzi dello scrittore americano, il problema non consiste nello stabilire se l'ignoto esista oppure no. Il problema consiste nel comprendere come cambia la nostra vita quando scopriamo che il reale è molto più vasto di quanto avevamo immaginato.

Il Profumo, la persuasione e la rivelazione

Tra i molti riferimenti culturali che possono aiutare a leggere Disclosure Day, uno dei più sorprendenti è probabilmente Il Profumo di Patrick Süskind. A prima vista il collegamento potrebbe apparire forzato, poiché i due racconti appartengono a universi narrativi molto diversi. Eppure, esiste un elemento comune che merita attenzione: il rapporto tra percezione e influenza.

Nel romanzo di Süskind Jean-Baptiste Grenouille sviluppa una capacità straordinaria di agire sugli altri attraverso una dimensione che precede il ragionamento. Il suo potere non si fonda sulla forza fisica, sull'autorità politica o sulla persuasione argomentativa. Agisce a un livello più profondo, modificando la percezione e orientando le reazioni delle persone che lo circondano. Gli individui credono di scegliere liberamente, ma in realtà la loro esperienza del mondo è già stata alterata.

Anche Margaret sembra acquisire nel corso del film una forma particolare di influenza. Dopo il contatto con gli alieni e il progressivo riemergere dei ricordi dell'infanzia, la sua presenza produce effetti insoliti sulle persone che incontra. Riesce a superare resistenze, a ottenere ascolto, a orientare decisioni che in condizioni normali apparirebbero improbabili. In alcuni momenti sembra quasi che la sua comunicazione operi su un piano differente rispetto alla semplice razionalità.

È però a questo punto che emerge la differenza fondamentale tra i due personaggi.

Grenouille utilizza la propria influenza per esercitare un potere sugli altri. Il suo obiettivo consiste nell'assoggettamento. L'altro diventa il destinatario passivo di una volontà che cerca di imporsi.

Margaret si muove in una direzione diversa. La sua capacità di influenzare non è orientata al dominio né alla costruzione di una posizione di vantaggio personale. Il suo scopo consiste nel rendere visibile una verità che qualcuno sta cercando di occultare. Le informazioni relative agli alieni catturati, imprigionati e sottoposti a sperimentazione rappresentano il centro della sua azione. Quando convince le persone che incontra non lo fa per controllarle, ma per portarle a prendere coscienza di qualcosa che è stato deliberatamente nascosto.

Per questo motivo il parallelo con Il Profumo deve essere inteso come un confronto sulle modalità dell'influenza e non sulle sue finalità. In entrambi i casi assistiamo a una forma di comunicazione che agisce prima della razionalizzazione e che sembra toccare livelli profondi della percezione. Tuttavia, gli esiti etici delle due esperienze sono radicalmente differenti.

Disclosure Day utilizza questa dinamica per affrontare una questione molto contemporanea. Le forme più efficaci di potere non sono necessariamente quelle che impongono ordini o esercitano una coercizione esplicita. Spesso agiscono orientando la percezione, definendo ciò che può essere visto e ciò che deve rimanere invisibile, stabilendo quali eventi meritino attenzione e quali possano essere ignorati.

Margaret si colloca in questo spazio ambiguo. La sua influenza non elimina il problema del potere, ma ne modifica il significato. Non serve a costruire consenso attorno a un progetto personale. Serve a interrompere un sistema di occultamento. In questo senso il suo ruolo non è quello di una seduttrice né quello di una manipolatrice. È piuttosto quello di una mediatrice che cerca di ristabilire un contatto tra una realtà nascosta e una collettività che ne è stata tenuta all'oscuro.

Il riferimento a Süskind diventa quindi particolarmente interessante proprio perché permette di osservare come una stessa struttura comunicativa possa essere impiegata per finalità completamente diverse. Nel caso di Grenouille l'influenza produce assoggettamento. Nel caso di Margaret produce rivelazione. Ed è questa differenza che consente di comprendere meglio la natura del personaggio e la funzione che svolge all'interno del film.

La bocca, la voce e il corpo come luogo della testimonianza

Uno degli aspetti più interessanti di Disclosure Day riguarda il modo in cui il film utilizza il corpo per rappresentare l'incontro con l'alterità. Questa scelta emerge con particolare evidenza nelle scene che coinvolgono Margaret e che ruotano attorno alla voce, alla bocca e alla produzione di linguaggi che sembrano provenire da una dimensione estranea all'esperienza ordinaria.

Nel cinema la bocca occupa da sempre una posizione simbolica particolare. È il luogo attraverso il quale il pensiero si trasforma in parola, il punto di passaggio tra interiorità ed esteriorità, tra esperienza privata e comunicazione pubblica. Quando il linguaggio entra in crisi, quando le parole smettono di coincidere con ciò che siamo abituati a riconoscere come linguaggio, la bocca diventa inevitabilmente uno dei principali luoghi di tensione narrativa e simbolica.

Nel caso di Margaret questo processo assume una forma molto specifica. Dopo il riemergere dell'esperienza infantile e dopo il progressivo riaffiorare del legame con gli alieni, la sua voce diventa il veicolo di contenuti che non appartengono alla sua formazione, alla sua cultura o alle sue conoscenze. Lingue sconosciute, vocalizzazioni anomale e modalità espressive che sembrano eccedere le normali capacità umane irrompono all'interno della sua esperienza quotidiana.

Interpretare questi fenomeni come una semplice trasformazione aliena sarebbe riduttivo. Il film suggerisce qualcosa di più complesso. Margaret non perde il controllo di sé stessa e non viene sostituita da una presenza esterna. Ciò che emerge attraverso la sua voce è la persistenza di un contatto. È come se il suo corpo conservasse la traccia di un'esperienza che non si è mai completamente conclusa e che continua a manifestarsi attraverso il linguaggio.

Da questo punto di vista la voce assume una funzione testimoniale. Non rappresenta soltanto un mezzo di comunicazione ma il segno visibile di un legame che attraversa il tempo e che collega il presente della protagonista all'incontro vissuto durante l'infanzia. La bocca diventa il luogo nel quale questo legame riemerge e si rende percepibile agli altri.

Anche il corpo, nel suo insieme, assume una funzione particolare. Disclosure Day non utilizza il corpo come spazio della metamorfosi mostruosa, come accade in molta fantascienza contemporanea, ma come superficie sulla quale si manifestano gli effetti di una conoscenza che eccede le categorie abituali. Le percezioni, i comportamenti, le reazioni e le capacità che Margaret sviluppa nel corso della vicenda non cancellano la sua identità. Rendono visibile il fatto che la sua esperienza del mondo è stata modificata.

Il corpo diventa così il luogo nel quale si incontrano memoria, conoscenza e alterità. Non perché l'umano venga sostituito dall'alieno, ma perché l'esperienza dell'incontro continua a lasciare tracce. Ciò che il film mette in scena non è la perdita dell'umanità della protagonista ma la difficoltà di convivere con una realtà che si è rivelata più ampia di quanto apparisse inizialmente.

In questa prospettiva la bocca, la voce e il corpo non rappresentano la trasformazione di Margaret in qualcosa di diverso da sé stessa. Rappresentano il modo in cui una coscienza umana cerca di dare forma, espressione e comunicabilità a un'esperienza che supera continuamente i confini del linguaggio ordinario.

Phenomena e la semiotica dell'invisibile

Tra le immagini che attraversano Disclosure Day ce n'è una che merita particolare attenzione: il movimento dei capelli di Margaret in presenza di forze che non appartengono alla normale esperienza quotidiana. A prima vista potrebbe sembrare un dettaglio marginale, una semplice soluzione scenografica destinata ad aumentare la tensione visiva di alcune sequenze. In realtà si tratta di un elemento che possiede una precisa funzione simbolica e che permette di riflettere sul modo in cui il cinema rappresenta ciò che non può essere mostrato direttamente.

È in questa prospettiva che il confronto con Phenomena di Dario Argento diventa particolarmente interessante. Non perché sia necessario ipotizzare una citazione diretta o una derivazione consapevole, ma perché i due film sembrano utilizzare un procedimento visivo molto simile. In entrambi i casi il problema centrale consiste nel rendere percepibile una presenza che sfugge allo sguardo.

Il cinema si confronta spesso con una difficoltà fondamentale: come mostrare qualcosa che, per sua natura, non è visibile? Una presenza spirituale, una forza misteriosa, una connessione che appartiene a una dimensione diversa della realtà non possono essere rappresentate come un oggetto qualsiasi. Per questa ragione molti registi scelgono di mostrarne gli effetti anziché la causa.

I capelli assumono allora una funzione particolarmente efficace. Sono una parte del corpo estremamente sensibile alle variazioni dell'ambiente circostante e possono registrare il passaggio di una forza senza rivelarne completamente l'origine. Lo spettatore non vede ciò che agisce. Vede la traccia dell'azione.

In Phenomena Argento utilizza spesso il corpo di Jennifer Connelly come superficie attraverso la quale si manifesta una relazione con una dimensione che eccede l'esperienza ordinaria. Disclosure Day sembra adottare una strategia simile. Quando i capelli di Margaret reagiscono a qualcosa che non appartiene al normale ordine delle cose, il film non sta semplicemente introducendo un effetto visivo suggestivo. Sta comunicando l'esistenza di una realtà che continua a operare oltre i limiti della percezione comune.

Questo elemento assume un significato ancora più interessante se viene collegato al percorso del personaggio. Margaret non è una creatura aliena né una figura soprannaturale. È una persona che porta dentro di sé le conseguenze di un incontro avvenuto durante l'infanzia. Il suo corpo conserva la memoria di quell'esperienza e continua a reagire a una presenza che gli altri personaggi faticano a riconoscere.

I capelli diventano così una sorta di interfaccia tra mondi differenti. Rendono visibile una connessione che altrimenti resterebbe nascosta e permettono al film di suggerire l'esistenza di qualcosa che eccede continuamente le categorie del reale ordinario. Da questo punto di vista il loro movimento non ha una funzione puramente estetica. Possiede un valore semiotico preciso.

La semiotica distingue tradizionalmente tra simboli, icone e indici. I capelli di Margaret funzionano soprattutto come un indice. Non rappresentano direttamente l'alterità e non ne costituiscono un'immagine. Segnalano piuttosto la presenza di una forza che agisce altrove. Sono il sintomo di qualcosa che non può essere osservato direttamente ma che produce effetti concreti nel mondo visibile.

È proprio questa scelta a rendere il film particolarmente interessante. Disclosure Day evita spesso la tentazione di spiegare tutto o di mostrare tutto. Preferisce suggerire. Preferisce lasciare che alcune dimensioni dell'esperienza rimangano parzialmente nascoste. In questo modo l'alterità conserva il proprio carattere enigmatico e non viene ridotta a un semplice oggetto di osservazione.

Il confronto con Phenomena aiuta quindi a comprendere un aspetto importante del linguaggio cinematografico di Spielberg. In entrambi i casi l'invisibile non viene rappresentato attraverso la spettacolarizzazione della sua presenza, ma attraverso le trasformazioni che produce nel mondo sensibile. Il corpo registra ciò che la mente fatica a comprendere e i capelli diventano uno dei segni attraverso cui il cinema riesce a dare forma a questa esperienza.

Più che un effetto scenografico, siamo di fronte a una riflessione sul rapporto tra visibile e invisibile, tra percezione e mistero. Ed è proprio in questa tensione che il film continua a costruire una parte importante del proprio significato.

Noah Scanlon e la volontà di controllo

Se Margaret rappresenta la figura della mediazione e della testimonianza, Noah Scanlon occupa una posizione completamente diversa all'interno del film. La sua funzione non consiste semplicemente nell'incarnare l'avidità o l'ambizione personale. Disclosure Day lo costruisce come il rappresentante di una particolare forma di rapporto con l'ignoto, fondata sulla necessità di controllare ciò che sfugge alla comprensione ordinaria.

Molte letture potrebbero essere tentate di interpretarlo esclusivamente come una figura del capitalismo contemporaneo. Questa interpretazione coglie certamente un aspetto importante del personaggio, ma rischia di risultare riduttiva. Noah non è interessato soltanto al profitto. Ciò che lo caratterizza è soprattutto una forma di inquietudine nei confronti dell'alterità. L'esistenza di qualcosa che non può essere previsto, classificato o amministrato rappresenta per lui un problema che deve essere risolto.

Per questa ragione il suo comportamento assume spesso i tratti di una vera e propria coazione. Le sue decisioni non sembrano derivare da una riflessione etica o da una ricerca di conoscenza. Al contrario, appaiono guidate dalla convinzione che ogni elemento della realtà debba essere ricondotto all'interno di un sistema di controllo. L'ignoto non viene considerato come una possibilità di apprendimento o come un'occasione di confronto con qualcosa di diverso. Diventa immediatamente un oggetto da gestire.

È qui che il personaggio acquista una portata simbolica più ampia. Noah non rappresenta soltanto un individuo. Rappresenta una tendenza culturale che attraversa la contemporaneità. Viviamo in una società che dispone di strumenti sempre più sofisticati per raccogliere dati, prevedere comportamenti, monitorare processi e ridurre l'incertezza. Questa capacità tecnica ha prodotto risultati straordinari, ma ha anche alimentato l'idea che ogni aspetto dell'esistenza possa essere trasformato in informazione e successivamente sottoposto a controllo.

Nel film questa logica raggiunge una forma estrema. Gli alieni non vengono percepiti come soggetti portatori di una propria autonomia. Diventano oggetti di studio, risorse strategiche, fonti di vantaggio. La loro alterità viene progressivamente assorbita all'interno di una struttura che mira a neutralizzarne l'imprevedibilità. In questo senso Noah partecipa pienamente a quel processo che nel corso del saggio abbiamo definito capitalismo cosmico: l'estensione della logica dell'appropriazione a tutto ciò che eccede i confini dell'esperienza umana ordinaria.

Ciò che rende il personaggio particolarmente interessante è il fatto che la sua ossessione non produce una maggiore comprensione del fenomeno alieno. Produce invece una crescente incapacità di entrare in relazione con esso. Più cerca di controllare, meno riesce a comprendere. Più tenta di ridurre l'alterità a funzione, più si allontana dalla possibilità di coglierne il significato.

Da questo punto di vista Noah rappresenta il contrario esatto dell'atteggiamento incarnato da Margaret. Lei cerca di rendere visibile ciò che è stato nascosto e di costruire uno spazio nel quale l'incontro possa diventare possibile. Noah cerca invece di eliminare l'incertezza che ogni incontro autentico porta inevitabilmente con sé. La sua azione non è orientata verso la conoscenza ma verso la gestione.

Il conflitto che attraversa Disclosure Day non riguarda quindi semplicemente la contrapposizione tra esseri umani e alieni. Riguarda due modi differenti di concepire il rapporto con l'alterità. Da una parte troviamo la disponibilità ad accettare che esistano realtà che non possono essere immediatamente ricondotte alle nostre categorie. Dall'altra troviamo la convinzione che ogni differenza debba essere assimilata, classificata e sottoposta a controllo.

In questo senso Noah Scanlon diventa una figura profondamente contemporanea. Non perché rappresenti un male assoluto, ma perché porta alle estreme conseguenze una tendenza che caratterizza gran parte della cultura attuale: la difficoltà di convivere con ciò che non può essere completamente posseduto, spiegato o amministrato. È proprio questa difficoltà che il film mette sotto accusa, mostrando come il desiderio di controllo possa trasformarsi progressivamente in una forma di cecità nei confronti dell'altro.

The Device

Un ruolo decisivo, in questa dinamica, è svolto dal dispositivo alieno che attraversa la vicenda. A livello narrativo, esso permette ai personaggi di accedere a una dimensione altra dell’esperienza: consente forme di proiezione, invisibilità, riattivazione energetica, interferenza percettiva e persino infiltrazione nella coscienza o nel corpo di altri soggetti. Daniel e Jane lo sottraggono insieme agli archivi che documentano decenni di occultamento, catture e sperimentazioni sugli alieni; Noah ne possiede a sua volta una copia e lo utilizza ripetutamente per inseguire Daniel, tentare di recuperare il materiale sottratto e impedire che Margaret arrivi alla trasmissione televisiva destinata a rivelare al mondo la verità.

Il dispositivo diventa così molto più di un oggetto fantascientifico. È il punto in cui conoscenza, accesso e potere si sovrappongono. Nelle mani di Margaret e Daniel funziona come strumento di testimonianza, perché consente di portare alla luce ciò che Wardex ha nascosto. Nelle mani di Noah, invece, diventa uno strumento di controllo, invasione e possesso. Il suo uso compulsivo, anche a rischio della salute, mostra con chiarezza la natura della sua ossessione: Noah non vuole soltanto sapere. Vuole entrare, penetrare, raggiungere, possedere ciò che gli sfugge.

Da questo punto di vista il dispositivo è uno dei simboli più efficaci dell’intero film. Non rappresenta semplicemente una tecnologia superiore, ma la possibilità di varcare una soglia. Il problema etico nasce dal modo in cui quella soglia viene attraversata. Per Margaret e Daniel il passaggio verso l’altra dimensione è legato alla memoria, alla rivelazione e alla responsabilità della testimonianza. Per Noah lo stesso passaggio diventa una forzatura, una scorciatoia violenta verso il dominio. Il dispositivo concentra quindi in forma materiale il conflitto centrale di Disclosure Day: l’alterità può essere ascoltata, custodita e rivelata, oppure può essere ridotta a mezzo di controllo.

Restiamo alieni

Arrivati alla fine di questo percorso, il titolo del saggio può finalmente essere compreso nella sua interezza.

Restiamo alieni non significa celebrare una presunta superiorità degli extraterrestri sugli esseri umani. Non significa neppure immaginare una fuga dall'umano verso qualche forma di alterità idealizzata. Una lettura di questo tipo sarebbe troppo semplice e finirebbe per riprodurre lo stesso schema riduttivo che il film cerca invece di mettere in discussione.

La vera questione riguarda il modo in cui gli esseri umani si rapportano a ciò che non coincide con loro stessi.

Disclosure Day racconta l'incontro con una presenza proveniente da un altro mondo, ma progressivamente sposta l'attenzione su qualcosa di molto più vicino e inquietante. Il problema non sono gli alieni. Il problema è il modo in cui l'umanità reagisce alla loro esistenza.

È qui che assume significato il concetto di capitalismo cosmico sviluppato nelle pagine precedenti. Non si tratta semplicemente di una critica economica. Si tratta di una trasformazione dello sguardo. Una mentalità che tende a considerare ogni cosa come una risorsa disponibile. I territori diventano risorse. Le persone diventano dati. Le relazioni diventano capitale sociale. Le emozioni diventano informazioni commerciabili. Persino il mistero, una volta intercettato, viene immediatamente trasformato in oggetto di appropriazione.

Nel film questa logica raggiunge il proprio punto estremo. Nemmeno l'alterità extraterrestre sfugge alla volontà di controllo. Gli alieni vengono catturati, studiati, imprigionati e sottoposti a sperimentazione. Non perché abbiano necessariamente mostrato ostilità, ma perché la loro semplice esistenza viene interpretata come qualcosa che deve essere gestito e incorporato all'interno di un sistema di potere.

È proprio in questo passaggio che Disclosure Day entra in dialogo con alcune delle questioni più urgenti del presente. Le tecnologie contemporanee permettono di raccogliere quantità immense di informazioni, di monitorare comportamenti, di prevedere scelte e di costruire modelli sempre più sofisticati della realtà. Queste capacità producono vantaggi enormi, ma rischiano anche di alimentare un'illusione pericolosa: l'idea che tutto possa essere conosciuto, classificato e controllato.

La figura di Noah Scanlon incarna precisamente questa deriva. Non perché sia un mostro o un semplice villain, ma perché porta alle estreme conseguenze una tendenza profondamente radicata nella cultura contemporanea. La difficoltà di accettare l'esistenza di qualcosa che mantenga una propria autonomia. La difficoltà di riconoscere un limite.

Il film assume, quindi, anche una dimensione profondamente etica. Non ci chiede semplicemente come reagiremmo all'arrivo di una civiltà extraterrestre. Ci chiede se siamo ancora capaci di incontrare qualcosa che non esista esclusivamente per noi. Ci chiede se siamo ancora in grado di riconoscere l'autonomia dell'altro. Ci chiede se siamo ancora disposti a confrontarci con il mistero senza trasformarlo immediatamente in una proprietà.

In fondo il percorso di Margaret, quello dei passeggeri, quello degli animali guida che accompagnano l'incontro e persino il richiamo al fanciullino di Pascoli convergono tutti nella stessa direzione. Esiste una forma di conoscenza che non nasce dal possesso ma dall'ascolto. Esiste una forma di comprensione che non coincide con il dominio. Esiste una forma di relazione che richiede la capacità di accettare che qualcosa rimanga irriducibilmente altro da noi.

Forse è proprio questa la ragione per cui il titolo Restiamo alieni non rappresenta una provocazione ma una proposta culturale.

Restare alieni significa conservare dentro di noi quella parte che non è ancora stata completamente assorbita dalle logiche dell'utilità, della prestazione, dell'accumulazione e del controllo. Significa difendere la possibilità della meraviglia contro la riduzione del mondo a funzione. Significa mantenere aperto uno spazio nel quale il mistero possa continuare a esistere senza essere immediatamente trasformato in merce, algoritmo o strategia.

L'alieno, in questa prospettiva, non è il contrario dell'umano. È ciò che continua a ricordarci che l'universo non coincide con il nostro ego.

Ed è forse questa l'intuizione più radicale del film di Spielberg. Il pericolo più grande non arriva dalle stelle. Arriva dal momento in cui smettiamo di riconoscere l'esistenza di qualcosa che non sia una semplice estensione di noi stessi. Quando tutto diventa funzionale al nostro desiderio di controllo, il mondo smette di essere un luogo di incontro e si trasforma in uno specchio. È in quel momento che l'alterità scompare. Ed è in quel momento che rischiamo di perdere, insieme ad essa, anche la parte migliore della nostra umanità.

Restiamo alieni, allora, non perché dobbiamo rinunciare a essere umani, ma perché soltanto custodendo il valore dell'alterità possiamo continuare a esserlo davvero.

Stefania Proietti - Restiamo Umani