Gabriele Altobelli: tra Dario Argento, New York

e il cinema dell'intuizione

 

Dalla danza alla recitazione, dalla scultura alla regia cinematografica. Gabriele Altobelli ripercorre il suo viaggio artistico, dagli anni trascorsi negli Stati Uniti fino alla regia di Carne della mia carne, tratto da una sceneggiatura del Maestro Dario Argento. Un percorso che racconta il valore del cinema indipendente e una visione della regia fondata sull'istinto, sulla libertà creativa e sul dialogo con gli artisti che danno forma a un film.

STEFANIA:
Siamo qui insieme a Gabriele Altobelli, che ringraziamo di cuore per averci raggiunti nel nostro studio estivo. È un grande piacere averti qui.

Negli ultimi mesi il tuo nome è entrato con forza nel dibattito sul cinema di genere italiano, soprattutto grazie alla regia di Carne della mia carne, tratto da una sceneggiatura di Dario Argento.

Prima di chiederti di raccontarci questa esperienza, però, vorrei evitare etichette e paragoni. Mi interessa conoscere l'identità artistica di Gabriele Altobelli.

Il tuo percorso è stato molto articolato: sei partito dalla danza, sei passato alla recitazione, poi alla scultura, alle arti figurative e infine alla regia cinematografica. Sono linguaggi diversi, ma mi sembra che tu li abbia fusi in un'unica visione autoriale.

Ci racconti come è nato questo percorso?

GABRIELE:
Sì, esatto. E’ stato un privilegio lavorare con Dario Argento che è unico, è un grande maestro, assolutamente inimitabile. Io ho semplicemente cercato, e spero di esserci riuscito, di dirigere nel migliore dei modi questa opportunità che mi si è presentata.

STEFANIA:
Non abbiamo ancora visto il film, ma siamo certi che hai fatto un ottimo lavoro.

Vorrei chiederti: nel tuo laboratorio creativo, vista la tua esperienza così eclettica, come nasce un'inquadratura? Come costruisci un personaggio o immagini una scena? Qual è oggi l'idea di cinema che accompagna il tuo lavoro di regista?

GABRIELE:
Proprio per quello che dicevi prima, arrivando da tante esperienze artistiche, in realtà io non ho studiato regia.

Ho frequentato l'Accademia d'Arte Drammatica come attore e per tanti anni sono stato davanti alla macchina da presa.

La regia, per me, è la sintesi di tutte queste esperienze.

Un'inquadratura può nascere anche sul momento. Entro nella stanza dove dovrà essere girata una scena e magari quel divano, quella libreria o quella finestra mi suggeriscono immediatamente dove mettere la macchina da presa. Magari scelgo un'inquadratura molto bassa oppure un angolo particolare.

Dipende da quello che mi trasmette lo spazio.

STEFANIA:
Quindi ti lasci ispirare dall'ambiente. Non programmi tutto nei minimi dettagli prima di arrivare sul set?

GABRIELE:
No, nel mio caso non funziona così.

STEFANIA:
È uno stile che si lascia guidare dalle sensazioni. È quasi un approccio sensoriale: entri in un luogo e ascolti quello che quello spazio ti suggerisce.

GABRIELE:
Esatto. Mi lascio guidare dalle vibrazioni che mi trasmette una stanza, oppure un paesaggio esterno.

Succede la stessa cosa anche quando scolpisco.

Non scelgo mai un blocco di marmo perfettamente squadrato. Cerco un blocco che, magari, agli occhi degli altri sembra soltanto un sasso. Io invece ci vedo già qualcosa dentro.

In questo, scultura e regia si assomigliano molto.

STEFANIA:
Molto interessante.

Parliamo invece della danza che, a differenza di quanto abbiamo appena detto, richiede disciplina assoluta, controllo del corpo e precisione.

Ti ritrovi tutto questo anche sul set? Come influisce concretamente sul tuo modo di lavorare e sulla capacità di affrontare i problemi che inevitabilmente si presentano su un set?

GABRIELE:
La danza è una disciplina severissima.

Per ottenere un risultato servono ore, giorni, mesi di lavoro, magari semplicemente per riuscire a fare mezza piroetta in più.

Mi ha insegnato soprattutto la gestione dello spazio.

Quando danzi, ogni teatro ha dimensioni diverse. Devi imparare a muoverti rispettando gli spazi, ma anche il collega che danza accanto a te.

È stata un'esperienza estremamente formativa.

 

STEFANIA:
Quindi hai iniziato il tuo percorso artistico imparando fin da subito il valore dello spazio e anche quello del rispetto verso chi lavora insieme a te.

GABRIELE:
Sì, assolutamente.

Quando vai in tournée, nessun teatro è uguale all'altro. Magari una sera sei al Sistina, il giorno dopo ti ritrovi in un teatro completamente diverso.

STEFANIA:
In alcuni casi devi ampliare i movimenti, in altri invece contenerli.

GABRIELE:
Esatto.

Bisogna rimodificare tutto. Infatti, con il corpo di ballo si arrivava sempre prima per fare una prova generale e prendere le nuove misure del palcoscenico.

STEFANIA:
Quando lavori con un interprete, qual è il tuo primo approccio? Preferisci spiegargli la psicologia del personaggio oppure suggerisci direttamente delle azioni concrete? Magari partendo anche dagli oggetti di scena, che spesso aiutano gli attori a entrare nel ruolo.

GABRIELE:
Da questo punto di vista ho molto rispetto dell'attore, proprio perché ho fatto quel mestiere.

Cerco sempre di lasciarlo esprimere prima di intervenire. Non vorrei riempirlo di indicazioni, perché rischierei di limitarlo.

Aspetto che mi proponga qualcosa. Poi, se dal punto di vista tecnico dell'inquadratura è necessario modificare un gesto, uno sguardo o una posizione, allora intervengo e suggerisco quello che serve.

Ma, tendenzialmente, lascio molta libertà.

STEFANIA:
Anche perché hai potuto vivere tutto questo dall'altra parte della macchina da presa.

GABRIELE:
Sì, assolutamente. Per me quella è stata una scuola fondamentale.

Vengo da quel cinema di fine anni Ottanta e inizio anni Novanta e ho avuto la fortuna di lavorare con grandi maestri, sia della fotografia sia della regia.

STEFANIA:
Ce ne vuoi parlare?

GABRIELE:
Ho lavorato con Sergio Corbucci, Aristide Massaccesi, Lucio Fulci e tanti altri protagonisti di quel periodo.

Sono cresciuto in quel cinema che allora veniva spesso definito, con un po' di superficialità, "cinema di serie B". Oggi, invece, credo che sia stato completamente rivalutato. Anzi, secondo me è diventato una vera serie A.

Mi porto dietro ricordi bellissimi e ancora oggi, quando mi trovo sul set come regista, ripenso spesso alle soluzioni tecniche che quei professionisti riuscivano a inventare.

Ricordo una scena in cui non avevamo un dolly. I macchinisti legarono l'operatore a una scala, fissarono tutto con delle cinghie e la sollevarono lentamente.

Io ero in basso, con la macchina che riprendeva il distintivo di un poliziotto, e loro riuscirono a creare un movimento perfetto, come se avessimo avuto un vero dolly.

Infatti, nel film la ripresa sembra fatta davvero con un dolly, ma in realtà erano semplicemente due macchinisti che, con ingegno, avevano trovato una soluzione.

Sono stato davvero fortunato ad aver vissuto quel periodo del cinema.

STEFANIA:
Credo che quell'esperienza ti abbia insegnato anche una grande capacità di adattamento e di inventiva.

GABRIELE:
Sì, soprattutto per il cinema indipendente che faccio.

Saper trovare soluzioni quando le risorse sono limitate è fondamentale.

STEFANIA:
Nel cinema indipendente i budget sono spesso ridotti: bisogna fare di necessità virtù.

Ogni cambiamento professionale che hai affrontato ha comportato anche una trasformazione personale?

GABRIELE:
La parola "artista" mi mette sempre un po' in difficoltà. Mi sembra una parola troppo grande.

Preferisco dire che sono una persona che sente il bisogno di esprimere una sensibilità.

A volte l'ho fatto attraverso la danza, altre attraverso la pittura, la scultura o il cinema.

Ogni passaggio è nato da una necessità.

Quando sentivo che un percorso si era esaurito, oppure che un sistema era diventato troppo chiuso, non rimanevo lì a lamentarmi perché non lavoravo.

Semplicemente nasceva dentro di me un'altra passione.

STEFANIA:
Forse bisogna mantenere sempre uno sguardo aperto sul mondo.

GABRIELE:
Sì, credo proprio di sì.

STEFANIA:
Nel corso della tua carriera hai conosciuto figure straordinarie.

Vorrei che ci raccontassi il tuo incontro con Ben Gazzara.

GABRIELE:
Come no...

È curioso il modo in cui ci siamo conosciuti.

Verso la metà degli anni Ottanta decisi di partire per gli Stati Uniti.

Avevo già lavorato come attore in diversi film e, come protagonista, avevo appena terminato  Lucas, una produzione svizzero-tedesca per la regia di Beat Kuert, con Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto.

In questa occasione, conobbi una ragazza di Los Angeles a Roma, e questa esperienza mi ha portato poi negli Stati Uniti. Ero convinto che, forte di quelle esperienze, sarei arrivato in America e sarei diventato... il nuovo Richard Gere.

Dopo due mesi, invece, lavavo i piatti in un ristorante di Manhattan.

Ed è proprio lì che ho conosciuto Ben Gazzara.

Solo dopo scoprii che era uno dei soci del locale.

Successivamente tornai in Italia perché mi era scaduto il visto.

Il mio agente Alberto Tarallo, che divenne successivamente produttore, mi mandò a fare un provino e iniziai una serie televisiva per Rai 1 che girammo in Bulgaria. C'era ancora il Muro di Berlino..

Con Alberto ci siamo poi persi di vista all’inizio degli anni Novanta. Il destino ha voluto che ci ritrovassimo, del tutto casualmente, molti anni dopo, presso il laboratorio Augustus Color, dove mi ero recato insieme ai produttori americani per ritirare il DCP di Art of Diversion. Lui passò proprio in quel momento, io lo riconobbi e, dopo oltre trent'anni, ci siamo ritrovati.

Tornando a quegli anni, ripresi quindi a lavorare come attore.

La vita a New York era davvero dura. Fare il cameriere non l'avevo mai fatto, anche se, tutto sommato, me la cavavo.

Poi accadde una coincidenza straordinaria.

La figlia della compagna di Ben Gazzara era nel cast della serie. Quando la rividi presso il ristorante in cui lavoravo, naturalmente lei non si ricordava di me. Io invece sì, perché al ristorante mi chiedeva sempre il pepe fresco da macinare al momento.

Le dissi sorridendo: «Guarda che noi ci conosciamo».

Da lì ci ritrovammo.

Ben aveva acquistato una casa in Umbria e iniziammo a frequentarci. Da quel momento non ci siamo più persi, fino alla sua scomparsa.

STEFANIA:
Immagino fosse una persona straordinaria anche dal punto di vista umano.

GABRIELE:
Assolutamente.

Dal punto di vista umano era una persona eccezionale. Mi considerava quasi il suo figlioccio italiano.

In qualche modo mi ha accompagnato anche nel percorso da regista.

Quando decisi di realizzare il mio primo cortometraggio a New York, sua moglie mi mise in contatto con John Gallagher, un regista che aveva lavorato con Ben ed era molto inserito nel cinema indipendente newyorkese.

Anche grazie a loro ho potuto iniziare quel percorso.

STEFANIA:
Il tuo primo lavoro da regista è stato quindi questo lungometraggio.

GABRIELE:
Sì. American Fango, è stato il mio primo film; ha ricevuto numerosi riconoscimenti sia internazionali sia negli Stati Uniti, qualificandosi come vincitore di diversi premi nel 2017, tra cui il London Indipendent Film Awards (edizione 2016), LAIFF November Award, l’iHolly -Next Generation Indie Film Festival, come Best Narrative Feature Film; il Frozen Film Festival di Saint Paul, MN, come Best Director, il New York City IndipendentFilm Festival come Best New York Film, il Manhattan Film Festival, come Best Romantic Comedy, il North Hollywood Cine Fest , come Best Picture, l’International Indipendent Film Award, qualificandosi Gold Winner.

Successivamente, sulla scia di questo successo, il produttore Randolph insieme con Hazel Rosen hanno deciso di produrre il successivo Art of Diversion.

In realtà, il film nasce proprio da quell'esperienza americana di cui parlavo poco fa. È stata talmente intensa, movimentata e piena di episodi incredibili che ho sentito il bisogno di trasformarla in un film.

Mi sono ritrovato a vivere situazioni davvero particolari: una sera ero a Hollywood con Nicolas Cage e altre grandi star, poco dopo mi ritrovavo a fare tutt'altro.

È stata un'esperienza breve, ma molto intensa.

STEFANIA:
Come si dice: breve, ma intensa.

Torniamo invece al presente.

Molte persone stanno seguendo con grande interesse la nuova trilogia nata da una sceneggiatura di Dario Argento e tu sei il primo regista coinvolto in questo progetto.

GABRIELE:
Sì, ho diretto  Carne della mia carne.

Purtroppo, per ragioni contrattuali, non posso raccontare molto del film.

Posso però dire che è stata un'esperienza estremamente formativa.

Venendo dal cinema indipendente, mi sono trovato improvvisamente a lavorare in una produzione strutturata, con un budget importante e un'organizzazione completamente diversa.

Ci sono regole differenti, ma è stata un'esperienza davvero molto interessante, sia dal punto di vista umano sia da quello professionale.

STEFANIA:
Anche perché hai lavorato con alcune delle personalità più importanti del cinema italiano.

GABRIELE:
Sì, assolutamente.

Ho avuto la fortuna di dirigere attori straordinari.

Ilenia Pastorelli è stata davvero eccezionale. Non vedo l'ora che il pubblico possa vedere il suo lavoro, perché ha offerto un'interpretazione superlativa.

Lo stesso vale per Alessio Boni, Matilde Gioli, Angela Molina, che adoro, Lina Sastri...

È un cast straordinario.

E poi c'è Manuela Arcuri, che sorprenderà molti.

Ha affrontato un ruolo molto difficile e completamente diverso da quelli ai quali il pubblico è abituato. Credo che riuscirà davvero a spiazzare gli spettatori.

STEFANIA:
Vogliamo parlare anche della produzione di questo film?

GABRIELE:
Assolutamente sì.

Giovanni Di Gianfrancesco è un giovane produttore di grande coraggio. Ha avuto la fiducia di affidarmi la regia di questo film e, per questo, gli sono profondamente grato. Mi ha dato una grande opportunità.

È stato un produttore sempre presente ma, allo stesso tempo, ha saputo lasciarci quella libertà creativa che, per un regista, è fondamentale. Ci ha sostenuti senza mai essere invasivo e questo ha contribuito a creare un clima di lavoro davvero positivo.

Siamo stati insieme anche a Cannes per presentare il film al Marché du Film ed è stato un momento molto importante. In quell'occasione Giovanni è stato premiato come giovane produttore e desidero fargli ancora i miei complimenti: è un riconoscimento assolutamente meritato.

Ha prodotto anche Tradita, portando nel cast una star internazionale come William Levy. A Málaga è stato impressionante vedere l'entusiasmo del pubblico: era praticamente impossibile camminare per strada. Insieme a lui c'era anche il giovane attore Fernando Lindez, e anche quello è stato un cast di grande livello.

Lo stesso vale per Carne della mia carne, che riunisce interpreti straordinari.

Per me è stata un'esperienza davvero importante, sia dal punto di vista professionale sia da quello umano, condivisa con un cast di respiro internazionale.

STEFANIA

Un'altra curiosità riguarda sempre quelle figure che stanno dietro la macchina da presa e che quindi non si vedono mai, ma che sono importantissime per la riuscita di un film. Parliamo del montaggio.

GABRIELE:

Diciamo che le prime esperienze sono state un po' faticose, perché ognuno ha giustamente la propria visione del progetto. Poi, andando avanti, proprio in occasione di Art of Diversion, che ho girato a New York e montato a Santa Monica con Ethan Maniquis, un montatore che ha collaborato con Tarantino, il metodo è stato un po' questo: lui si è preso tre settimane, ha lavorato da solo e mi ha preparato un premontaggio.

Devo dire che questa è una formula che poi funziona, perché loro ti mettono insieme tutto il materiale con un montaggio molto ampio e, successivamente, insieme si trova un percorso comune. Io, come faccio anche per la colonna sonora con il compositore e l'orchestra, do delle indicazioni, ma voglio che ogni reparto esprima la propria arte, perché ognuno di noi mette in campo la propria sensibilità.

STEFANIA:

Mi vengono in mente David Lynch e Angelo Badalamenti, autore delle bellissime colonne sonore di Twin Peaks.

GABRIELE:

Sì, infatti. Se ti faccio vedere la mia corrispondenza... lavoravano proprio così, all'inizio. È una fase davvero appassionante, la post-produzione, perché è lì che, veramente, "cucini" il film. Quello che hai girato può diventare un'altra cosa in post-produzione, perché ognuno di questi artisti — perché sono artisti — mette la propria visione e ti apre strade che magari non avevi immaginato. Nella maggior parte dei casi sono sorprese estremamente positive, soprattutto quando si crea un vero feeling con loro.

STEFANIA:

Ancora di più. Il montaggio, la direzione della fotografia, il suono...

GABRIELE:

Sono tutti elementi fondamentali. Il sound design, la color correction, tutta la parte finale. Io amo lavorare sempre con le stesse persone, proprio perché ormai c'è un feeling e loro conoscono il mio modo di lavorare.

La color correction è la fase finale che dà davvero l'identità al film. Mi ricordo, per esempio, che per American Fango avevo voluto dare tre atmosfere diverse a Los Angeles, New York e Roma. Per New York andai persino in spiaggia, a Ladispoli, perché quella sabbia ha un colore un po' ferroso. Portai dei campioni come riferimento, pensando alle scale antincendio dei palazzi di Downtown e ai mattoni rossi tipici della città. Insomma, portavo riferimenti cromatici molto precisi.

STEFANIA:

Così si crea un'atmosfera che ci resta dentro e che ci permette di identificare anche il luogo e il tempo del racconto.

Così ci portiamo dentro un'immagine che diventa parte dell'atmosfera del film.

Senti, vogliamo parlare di Art of Diversion, soprattutto per alcuni legami che possono esserci con il cinema di Dario Argento? Intanto stiamo parlando di arte, e Dario è sempre stato molto legato a queste tematiche: L'uccello dalle piume di cristallo, La sindrome di Stendhal e molti altri suoi film lo dimostrano. C'è qualche rimando?

GABRIELE:

Sì, esattamente. Anche in questo caso la storia ruota attorno a un fratello  e una sorella che sono collezionisti d'arte, quindi si svolge interamente nel mondo dell'arte. E anche lì ci sono degli omicidi che avvengono proprio all'interno di questo ambiente.

STEFANIA:

Quindi l'arte non è mai soltanto un elemento decorativo.

GABRIELE:

No, assolutamente no.

STEFANIA:

Ha sempre un significato preciso. A volte può persino diventare un luogo in cui ci si smarrisce, come accade nel film. Probabilmente è anche questo che ha fatto sì che Dario Argento e la sua produzione trovassero delle assonanze con il tuo lavoro.

GABRIELE:

Sì, è nato proprio così. Io stavo partendo per New York, dove ci sarebbe stata la prima proiezione del film. Ero andato al laboratorio per ritirare il materiale e loro si trovavano lì per altri lavori. Hanno chiesto di poter vedere il film. È arrivato uno dei produttori e alcuni stretti collaboratori di Dario. Anche questa è stata una casualità. Hanno visto il film e hanno ritenuto che ci fossero delle affinità.

STEFANIA:

Che ci fossero delle assonanze interessanti.

GABRIELE:

Esattamente. È andata così. Del resto, io lavoro più spesso all'estero che in Italia, quindi questo contatto è nato davvero in modo del tutto casuale. Meno male! Viva Dio!

STEFANIA:

E noi ne siamo molto contenti.

Senti, una piccola curiosità. Art of Diversion: "diversion" può significare distrazione, deviazione, depistaggio...

GABRIELE:

Infatti, nel nostro caso il significato è proprio quello della deviazione, e non del depistaggio. I protagonisti hanno questa deviazione, questo impulso omicida. Il titolo nasceva proprio da questa idea.

STEFANIA:

Quindi, in questo caso, l'arte diventa quasi uno strumento di inganno.

GABRIELE:

Esattamente.

STEFANIA:

Vorrei chiederti anche della scultura del Ratto di Proserpina, che compare nel film. Come nasce questa scelta?

GABRIELE:

Parlando d'arte, è un'immagine che amo molto. Io adoro Bernini e mi piaceva la forza di quella scultura, la sua eleganza e la sua classicità. È un'opera di una grandezza straordinaria.

STEFANIA:

Essendo anche tu uno scultore, cambia il tuo modo di guardare ciò che inquadri?

GABRIELE:

Sicuramente sì. Forse io stesso non me ne accorgo, ma credo che, indirettamente, tutto questo influisca. Ho praticato la scultura, ho lavorato soprattutto sul corpo umano, sul modellare la materia, sul marmo. C'è sempre questa tridimensionalità, questo cercare di far emergere una figura. Evidentemente tutto questo entra anche nel modo in cui costruisco un'inquadratura. Forse è una visione diversa, non lo so.

STEFANIA:

La materia ha un suo peso.

GABRIELE:

Secondo me sì. Poi magari dico una sciocchezza.

STEFANIA:

No, perché tutto quello che impariamo entra dentro di noi e lavora anche inconsciamente. Probabilmente lo spettatore percepisce questa capacità di andare oltre lo stereotipo. Le tue inquadrature e la fotografia sono molto interessanti, soprattutto per le atmosfere che riesci a creare con la luce.

Abbiamo parlato di arte, di luce e di materia. Hai lavorato con grandi interpreti come Giancarlo Giannini, Monica Guerritore e Ángela Molina. Raccontaci questa esperienza.

GABRIELE:

Sì, è stata davvero un'esperienza straordinaria. Per me Giancarlo Giannini rappresenta la recitazione. Credo sia uno degli ultimi grandi del nostro cinema. L'ho sempre amato e poterlo dirigere è una parola grossa, perché con artisti di questo livello bisogna avere molto rispetto.

La cosa che mi ha colpito di più è proprio la sua grandezza umana: riesce subito a metterti a tuo agio. Davanti alla macchina da presa è un tutt'uno con il cinema. C'è una fusione totale. È il cinema.

STEFANIA:

Come dicevi prima, con un attore così non devi quasi fare nulla.

GABRIELE:

Esatto. Devi dare le indicazioni tecniche: "azione", quello che serve. Poi il resto arriva naturalmente.

STEFANIA:

Di Carne della mia carne, purtroppo, non possiamo ancora parlare nel dettaglio.

GABRIELE:

Purtroppo no, finché non uscirà. Mi auguro che possa arrivare nelle sale in autunno. Stiamo ultimando il montaggio: proprio domani lavoreremo agli ultimi passaggi.

Lo abbiamo presentato al Marché du Film di Cannes e devo dire che c'è stato un interesse davvero importante. La sala era piena e c'è stato anche un videomessaggio di Dario Argento.

STEFANIA:

È una storia che ha già una dimensione internazionale.

GABRIELE:

Sì. Del resto, queste personalità, Giannini, come attore, e Dario Argento, come regista, sono conosciute in tutto il mondo. Hanno un seguito davvero straordinario.

STEFANIA:

Sono personalità insostituibili.

GABRIELE:

Insostituibili. Inarrivabili.

STEFANIA:

A proposito di Carne della mia carne, che ruolo ha avuto Steve Della Casa?

GABRIELE:

Steve Della Casa è stato co-sceneggiatore ed è stato una presenza costante sul set. Se posso dirlo, è stato un po' l'occhio di Dario Argento durante la lavorazione. È una persona squisita e il suo contributo è stato davvero prezioso.

STEFANIA:

Lo salutiamo e lo ringraziamo anche per Hollywood Party, una trasmissione che porta ogni giorno il cinema nelle nostre case.

GABRIELE:

Assolutamente. Steve è un altro grande.

STEFANIA:

Abbiamo parlato del lavoro con gli attori, del montaggio, della cultura, della materia. Vorrei tornare sulla luce. Prima raccontavi che, attraverso la luce e il colore, davi un'identità diversa alle città in cui giravi, orientando anche lo spettatore. Quanto conta, per te, la luce?

GABRIELE:

La luce è fondamentale. Anche il direttore della fotografia, come il compositore e il montatore, contribuisce a creare il film.

Negli Stati Uniti ho lavorato con Antonello Emidi, il direttore della fotografia con cui sono praticamente cresciuto e con il quale ho realizzato i miei film americani. In Italia, invece, ho collaborato con Roberto Rocco, che è un altro vero mago della luce.

Credo che, quando vedrete Carne della mia carne, troverete atmosfere davvero suggestive. Anche in questo caso il merito è loro. Quando c'è questa sinergia con professionisti così bravi, tutto diventa più semplice.

STEFANIA:

Vorrei parlare delle tue influenze cinematografiche.

GABRIELE:

Sono molto legato ai grandi registi degli anni Settanta e Ottanta, che considero ancora attualissimi. Penso a Martin Scorsese, Sydney Pollack, Sidney Lumet. Mi piace molto anche Michelangelo Antonioni: il suo cinema ha un ritmo diverso, più lento, ma lo adoro.

Tornando alle citazioni, in American Fango mi sono permesso un omaggio proprio ad Antonioni: una scena senza tagli, costruita su quelle geometrie che appartengono al suo linguaggio cinematografico.

STEFANIA:

Infatti volevo chiedertelo. Ci sono scene che non servono soltanto a raccontare la trama. Hanno un valore in sé, per il modo in cui sono costruite, per il piacere stesso di guardarle. È un ritmo diverso, che non rincorre continuamente l'azione, ma invita lo spettatore a entrare nella scena.

GABRIELE:

Esatto. A volte è proprio la storia a richiederlo. Devo dire che quella scena di American Fango è stata molto apprezzata. È realizzata interamente senza tagli: credo duri quasi cinque minuti.

STEFANIA:

Ricordiamo quale scena fosse.

GABRIELE:

È il momento in cui lei gli comunica che deve partire per girare un film in India. Lui vive una crisi profonda e noi la viviamo insieme a lui. Sono seduti sul letto, poi lei entra in bagno per cambiarsi. Lui resta solo, si dispera, si sposta verso la parete. La macchina da presa rimane completamente fissa e gli eventi si susseguono all'interno dell'inquadratura. È una scena circolare, possiamo definirla così.

STEFANIA:

E senza un solo taglio. Lo spettatore vive quel momento insieme ai personaggi.

Bene. A questo punto vorrei chiederti del futuro. Che cosa bolle in pentola?

GABRIELE:

Chi lo sa... Adesso stiamo terminando la post-produzione di Carne della mia carne. Poi ci sono altri progetti. Sono appena tornato da New York, dove sto cercando di mettere in piedi un altro film.

STEFANIA:

Quindi stai lavorando alla ricerca delle risorse economiche.

GABRIELE:

Esatto. È la parte più difficile. Le idee ci sono, bisogna trovare chi creda nel progetto e lo finanzi. Speriamo di riuscirci.

STEFANIA:

Però c'è ancora tanto entusiasmo.

GABRIELE:

Sì, assolutamente. Ci sono nuove storie, nuove sfide da affrontare. E il legame con gli Stati Uniti continua a darmi una spinta in più.

STEFANIA:

È un mondo molto diverso dal nostro?

GABRIELE:

Molto diverso. Poi, come accade a Roma, anche New York ha tante anime. Io conosco la mia New York, quella del cinema indipendente, fatto di produzioni a basso budget ma con professionisti di altissimo livello.

Mi è capitato di lavorare con persone che hanno collaborato con Spike Lee. Se il progetto piace, hanno voglia di partecipare. Questa è una cosa che negli Stati Uniti ho trovato molto spesso.

STEFANIA:

Quindi non succede come da noi, dove spesso i grandi professionisti lavorano soltanto nelle grandi produzioni.

GABRIELE:

No. Se la storia funziona, la fanno. Almeno questa è stata la mia esperienza. Ho trovato una disponibilità che, per quanto mi riguarda, qui in Italia è molto più difficile incontrare.

STEFANIA:

Allora il messaggio che possiamo lasciare è quello di non smettere mai di credere nelle proprie idee e di seguire la propria strada.

GABRIELE:

Brava. Non bisogna mai fermarsi. Se una cosa non accade, si volta pagina e si continua. Soprattutto bisogna crederci, perché quando c'è la volontà di realizzare qualcosa, prima o poi quella possibilità arriva.

STEFANIA:

Grazie davvero per il tuo entusiasmo.

GABRIELE:

Grazie a te per questa bellissima intervista. E grazie a voi.

Vorrei ringraziare anche Luca Musk, che ha realizzato dei lavori davvero straordinari. Mi ha mostrato il portfolio Dario Argento Reloaded  e in anteprima alcune cose che ha preparato su di me e non vedo l'ora che possiate vederle, perché è davvero un artista di grande spessore.

Grazie ancora.

STEFANIA:

Grazie, Gabriele. A presto.

Stefania Proietti - Orizzonti Culturali