«Il cinema non si costruisce con una mailing list».
Elisa Lancini e il valore delle relazioni nelle sale
Dalla scuola alle società sportive, dalla formazione dei giovani alla difficoltà di misurare il ritorno del pubblico: agli Incontri del Cinema d’Essai di Lucca, Elisa Lancini di ACEC racconta come una sala possa diventare un punto di riferimento per il territorio. E ricorda il valore più semplice e forse più importante del cinema: stare insieme.
Lucca, 6 ottobre 2026 – XXVI Incontri del Cinema d’Essai
Intervista e approfondimento di Stefania Proietti – Orizzonti Culturali, Studio Luca Musk Art
Come si costruisce un rapporto tra una sala cinematografica e il pubblico più giovane? E soprattutto, come si trasforma una proiezione scolastica in un'esperienza capace di generare interesse, partecipazione e desiderio di tornare al cinema?
Sono domande che attraversano il seminario «Cinema per la scuola», organizzato da FICE e ACEC al Cinema Centrale di Lucca, nell'ambito della XXVI edizione degli Incontri del Cinema d’Essai.
Al termine dell'incontro abbiamo intervistato Elisa Lancini, consulente per i progetti speciali ACEC – Sale della Comunità, il cui intervento si è distinto per un approccio particolarmente pragmatico: prima ancora dei progetti, degli strumenti didattici e delle strategie di comunicazione, occorre costruire una relazione reale con le persone.
Prima dei progetti vengono gli insegnanti
«Prima bisogna agganciare i docenti», spiega Lancini, individuando nel contatto diretto tra la sala e la scuola il punto di partenza di qualsiasi iniziativa.
Il referente di una sala conosce il proprio territorio, le istituzioni scolastiche, gli insegnanti e spesso anche le famiglie. È proprio da questa conoscenza che può nascere una proposta educativa.
Non è necessario partire da un progetto complesso. Può bastare presentarsi a un dirigente scolastico o a un insegnante già interessato alle attività della sala e proporre una collaborazione. Solo successivamente entrano in gioco gli strumenti e le competenze che un'associazione come ACEC può mettere a disposizione degli esercenti.
«Non è più possibile pensare di realizzare una proposta, inserirla in una mailing list e inviarla», osserva Lancini.
Il punto è sostanziale: quando si lavora con bambini e ragazzi, non si può prescindere dal confronto con chi ne segue la formazione. Le competenze pedagogiche appartengono a professionisti specifici, mentre chi gestisce una sala può svolgere un ruolo determinante nel creare le condizioni perché quelle competenze incontrino il pubblico.
E non esiste un modello valido indistintamente per tutti. Le esigenze cambiano tra Nord e Sud, ma possono essere molto diverse persino tra Milano e Bergamo. Ogni territorio possiede caratteristiche, relazioni e necessità proprie.
Per questo, secondo Lancini, la progettazione deve nascere dall'ascolto e dal dialogo con le persone che vivono quotidianamente quei luoghi.
«È tutto un rapporto umano», sottolinea.
Un film sul basket può diventare un progetto per la comunità
Durante il nostro colloquio abbiamo approfondito un esempio particolarmente concreto: quello di un film dedicato al basket, capace di suggerire nuove modalità di coinvolgimento del pubblico attraverso lo sport.
Lancini racconta di aver partecipato, su invito di una multisala bresciana, a una proiezione in anteprima in lingua originale di GOAT – Sogna in grande, accompagnata dalla presenza di giocatori di Serie A, chiamati a introdurre il film e a raccontare i valori del basket.
Da quell'esperienza è nata l'idea di riproporre l'iniziativa in altri territori, coinvolgendo le società sportive locali.
Il meccanismo era semplice: le società di basket si occupavano di invitare i propri associati, mentre le sale mettevano a disposizione gli spazi e un contributo audiovisivo introduttivo.
Per accompagnare la visione è stato realizzato un videoclip da Gabriele Lingiardi, collaboratore di ACEC, che offriva indicazioni per leggere il film e individuarne i passaggi più significativi.
A completare l'esperienza, il contributo degli allenatori delle squadre locali, chiamati a riflettere sul valore formativo dello sport.
Un'iniziativa che mostra come anche un film destinato a un pubblico specifico possa diventare un'occasione di aggregazione, mettendo in relazione cinema, associazionismo sportivo, famiglie e giovani.
L'interesse dell'esempio non riguarda soltanto la capacità di portare spettatori in sala. È soprattutto il processo attraverso il quale un'opera cinematografica può entrare nella vita di una comunità, intercettandone passioni, abitudini e linguaggi.
Dopo la proiezione, i ragazzi tornano davvero al cinema?
È su questo punto che abbiamo voluto approfondire un'altra questione, centrale anche nel dibattito sulla formazione del pubblico: come si misura l'effetto di queste iniziative nel tempo?
La partecipazione a una proiezione scolastica, per quanto significativa, non garantisce necessariamente che un ragazzo sviluppi l'abitudine di frequentare autonomamente una sala.
Abbiamo quindi chiesto a Lancini se ACEC disponga di strumenti di monitoraggio successivi alla visione, capaci di comprendere se le attività producano un interesse duraturo, anche attraverso questionari, confronti con gli insegnanti o momenti di discussione.
La risposta affronta apertamente una difficoltà reale.
«La parte di valutazione e monitoraggio degli studenti under 18 è la cosa più complicata che facciamo», riconosce Lancini.
È più semplice raccogliere informazioni prima della proiezione, chiedendo ai ragazzi se siano già stati in quella sala o se conoscano le attività che vi si svolgono. Molto più difficile è verificare che cosa accada successivamente, quando l'esperienza organizzata si conclude e ciascuno torna alla propria quotidianità.
Eppure, nelle realtà territoriali più piccole, esiste una forma di osservazione che non passa necessariamente attraverso questionari o rilevazioni statistiche.
I referenti delle Sale della Comunità conoscono spesso direttamente le persone che le frequentano. Sanno riconoscere chi arriva per la prima volta, chi ritorna, chi partecipa a nuove iniziative. Una conoscenza alla quale contribuiscono in modo determinante i volontari.
«La maggior parte delle cose io le so attraverso i nostri volontari delle nostre sale», racconta Lancini.
È una risposta che mette in luce un valore importante, ma apre anche un interrogativo.
La conoscenza diretta del pubblico costituisce una risorsa straordinaria per una sala radicata nel territorio. Non equivale, tuttavia, a una misurazione sistematica degli effetti prodotti dalle attività educative.
Comprendere se un'esperienza cinematografica si trasformi in una pratica culturale continuativa rimane una questione aperta, sulla quale sarebbe interessante sviluppare strumenti di osservazione capaci di affiancare, senza sostituirla, la conoscenza umana delle comunità.
La sala come presidio culturale e umano
Le parole di Lancini trovano un collegamento diretto con quanto emerso durante il seminario FICE-ACEC e, in particolare, con l'intervento di Bruno Zambardino sul Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola.
La sala cinematografica può essere molto più di un luogo che mette a disposizione uno schermo. Può diventare parte integrante di un processo educativo, attraverso il rapporto con gli insegnanti, le associazioni, le famiglie e gli operatori culturali.
Ma perché questo rapporto si sviluppi occorrono continuità, ascolto e capacità di riconoscere le specificità delle comunità.
È proprio qui che l'esperienza delle Sale della Comunità offre uno spunto di riflessione: in un sistema sempre più orientato verso piattaforme, comunicazione digitale e strategie di promozione, la relazione personale rimane una risorsa che non può essere interamente sostituita dalla tecnologia.
La conclusione della nostra conversazione con Elisa Lancini racchiude questo significato in poche parole.
Quando osserviamo che il vantaggio delle comunità è proprio la possibilità di riconoscersi e condividere esperienze, Lancini risponde:
«Esatto, l'ultimo vantaggio che ci rimane: lo stare insieme».
Forse è da qui che occorre ripartire quando si parla del futuro delle sale cinematografiche.
Non soltanto dalla capacità di attrarre spettatori, ma da quella di costruire luoghi nei quali le persone desiderino ritornare.
Stefania Proietti - Orizzonti Culturali – Restiamo Umani