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La consistenza delle storie - Roma Film Fest XXI edizione
Dalla «carica dei 150» al bilancio della ventunesima Festa del Cinema di Roma. Le testimonianze degli autori, le scelte delle giurie e il tempo necessario perché i film possano incontrare il pubblico.
Roma Cinema Fest, 24 ottobre 2026
Francisco Vignale è salito sul palco della Sala Petrassi per ritirare la menzione speciale assegnata a El tren fluvial, il film diretto da suo fratello Lucas A. Vignale insieme a Lorenzo Ferro. Lucas è scomparso il 14 giugno e Francisco, nel ricordarlo davanti al pubblico della ventunesima Festa del Cinema di Roma, ha parlato delle difficoltà incontrate per realizzare il film in Argentina, dove la ricerca dei finanziamenti rappresenta spesso un ostacolo per il cinema indipendente. Poi si è rivolto ai presenti, invitandoli ad avere il coraggio di esprimersi e di raccontare le storie che sentono necessario condividere, perché la vita può essere molto breve e il tempo a disposizione è prezioso.
Ha ringraziato la Festa per aver scelto El tren fluvial e per aver reso omaggio a Lucas proprio a Roma, città alla quale il regista era legato anche dalle sue origini italiane. Il film racconta il desiderio di un bambino di raggiungere Buenos Aires e ha ricevuto dalla giuria delle opere prime una menzione speciale per l'originalità di uno sguardo ricco di invenzione, nel quale convivono magia e crudeltà. La testimonianza di Francisco ha accompagnato il riconoscimento con il ricordo del lavoro condiviso con il fratello e delle difficoltà affrontate per portarlo a compimento.
Poco dopo, Rafiki Fariala, premiato per la regia di Congo Boy, ha ricordato la propria esperienza di rifugiato, il percorso che lo ha condotto dalla musica al cinema e la difficoltà di immaginare, partendo dalla Repubblica Centrafricana, di poter realizzare un film capace di raggiungere spettatori di altri Paesi. Quando è tornato sul palco per ritirare anche il Premio del Pubblico Terna, assegnato ex aequo con Mustang di Kasia Smutniak, ha cantato una canzone del film, coinvolgendo la sala e scherzando sul fatto che, per comprenderne le parole, sarebbe stato necessario andare a vedere Congo Boy. Subito dopo ha aggiunto che l'opera non aveva ancora un distributore italiano e ha espresso la speranza che i riconoscimenti ottenuti a Roma potessero favorirne la circolazione.
Le parole dei due premiati hanno richiamato aspetti differenti di una stessa questione: la possibilità di realizzare un film, di presentarlo a un pubblico e di accompagnarne il percorso oltre il festival. Francisco ha parlato delle difficoltà produttive del cinema argentino, Fariala di quelle distributive che possono persistere anche dopo l'apprezzamento di una giuria e degli spettatori. Nell'incontro successivo alla cerimonia, il regista di Congo Boy è tornato sull'argomento con un ottimismo che lasciava intuire qualche sviluppo incoraggiante, senza tuttavia annunciare un accordo concluso.
È un tema che riporta alle domande formulate il 25 settembre, durante la presentazione ufficiale della ventunesima Festa del Cinema di Roma, quando nella Sala Santa Cecilia dell'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone è stato annunciato un programma di circa centocinquanta film provenienti da cinquantacinque Paesi, diciotto dei quali selezionati per il concorso Progressive Cinema – Visioni per il mondo di domani. Attorno al concorso, le sezioni Freestyle, Grand Public, Best of 2026, i documentari, i restauri, le serie, gli incontri e gli omaggi componevano un'offerta particolarmente ampia, nella quale trovavano spazio cinematografie, linguaggi e pubblici differenti.
Nell'articolo La carica dei 150!, pubblicato su Orizzonti Culturali, avevo cercato di approfondire il pensiero che sosteneva quella selezione, interrogandomi sui criteri adottati, sulle affinità individuate fra opere e autori e sul significato concreto di definizioni come indipendente, progressive e popolare. Roberto Gualtieri ha associato l'indipendenza alla libertà di uno sguardo critico; Salvatore Nastasi, rispondendo a una domanda di Orizzonti Culturali, ne ha richiamato anche la dimensione produttiva, mentre Paola Malanga ha sottolineato la varietà della programmazione e la possibilità per ciascuno spettatore di costruire un proprio percorso.
A manifestazione conclusa, il palmarès consente di riprendere quegli interrogativi attraverso le opere premiate, le motivazioni delle giurie e le testimonianze degli artisti. Considerando i diversi riconoscimenti, emergono alcune affinità che aiutano a leggere una parte delle scelte compiute: l'attenzione per le condizioni sociali che incidono sulle possibilità individuali, per le fratture prodotte dalle migrazioni e dalle guerre, per i rapporti familiari e per la memoria. Accanto ai temi affrontati, le dichiarazioni degli autori richiamano spesso il lavoro necessario per trasformare un'esperienza, un romanzo o una vicenda personale in una forma cinematografica.
Il premio per il miglior film di Progressive Cinema è stato assegnato a I See Buildings Fall Like Lightning di Clio Barnard, tratto dal romanzo di Keiran Goddard, che racconta la vita di cinque amici cresciuti in un quartiere popolare di Birmingham. Il passaggio all'età adulta coincide con la difficoltà di trovare un lavoro stabile, una casa e condizioni sufficientemente sicure per immaginare il futuro. Nel ringraziare la giuria, Barnard ha insistito sul carattere collettivo del lavoro cinematografico, ricordando gli interpreti, i collaboratori e gli abitanti della comunità coinvolta nelle riprese; Anthony Boyle, premiato come migliore attore ex aequo, ha sottolineato a sua volta l'importanza dell'esperienza condivisa sul set fra professionisti e persone incontrate durante la lavorazione.
Nell'incontro successivo alla premiazione, la regista ha raccontato di essersi affezionata ai cinque personaggi del romanzo al punto da desiderare che la loro storia continuasse. Ha parlato della vulnerabilità maschile e ha individuato nel sistema sociale ed economico il principale antagonista del racconto, indicando così nelle condizioni materiali dell'esistenza una delle chiavi attraverso le quali comprendere i rapporti fra i protagonisti. Anche il Gran Premio della Giuria, assegnato a The Life and Deaths of Wilson Shedd di Tim Blake Nelson, ha premiato una vicenda nella quale le responsabilità individuali vengono ricondotte a un contesto più ampio: la motivazione ha richiamato la costruzione narrativa e la forza del finale, attraverso il quale una storia di violenza lascia emergere il ruolo del sistema che contribuisce a generarla.
In Congo Boy, il rapporto fra aspirazioni personali e condizioni sociali assume invece la prospettiva di Robert, un diciassettenne che vive a Bangui, si occupa dei fratelli più piccoli e cerca di coltivare il proprio talento musicale mentre la precarietà quotidiana e la violenza restringono le sue possibilità. La giuria ha valorizzato nella regia di Fariala la qualità della messa in scena e l'impiego sensibile della musica, riconoscendo il lavoro espressivo attraverso il quale la vicenda prende forma. Il doppio premio, quello della giuria e quello del pubblico, assume un significato particolare alla luce delle difficoltà distributive ricordate dal regista, che spera ora di poter portare il film anche nelle sale italiane.
L'attenzione per persone le cui esistenze vengono condizionate da avvenimenti più grandi di loro attraversa anche alcuni dei documentari premiati. Mahsa Karampour, vincitrice per Dans la gueule de l'ogre, ha ricordato il fratello Siavash, musicista degli Yellow Dogs, e la possibilità che il film le ha offerto di tornare agli anni della giovinezza trascorsa in Iran. Il gruppo, nato nella scena musicale clandestina di Teheran e trasferitosi successivamente negli Stati Uniti, ha cercato altrove una libertà artistica difficile da esercitare nel Paese d'origine. Nel 2013, a New York, alcuni suoi componenti sono rimasti vittime di una tragedia che ha segnato profondamente quella storia.
Durante l'incontro con i vincitori, Karampour ha collegato il ricordo del fratello alle aspirazioni di una generazione, parlando dei giovani iraniani, della loro rabbia e del desiderio di conquistare un futuro diverso. La menzione speciale attribuita a Un hiver russe di Patric Chiha ha rivolto invece l'attenzione ai giovani russi che hanno lasciato il proprio Paese dopo l'invasione dell'Ucraina. Le circostanze storiche sono profondamente differenti, ma le due opere affrontano, attraverso esperienze personali, le conseguenze dello sradicamento e il rapporto con una terra dalla quale si è stati costretti ad allontanarsi.
Una vicenda familiare è all'origine anche di Yesterday the Eye Didn't Sleep di Rakan Mayasi, al quale la giuria di Progressive Cinema ha assegnato il premio speciale, attribuendolo alla famiglia Al Mawla, protagonista del film. Il regista ha raccontato che il progetto è nato dai ricordi della nonna, sposata a tredici anni e scomparsa poco prima delle riprese, e ha parlato dei corpi delle donne come luoghi sui quali si esercitano conflitti familiari, politici e sociali. Nel suo intervento ha richiamato la guerra in Palestina e in Libano e ha ricordato Ermanno Olmi fra i riferimenti del proprio cinema, suggerendo un interesse per quella capacità di osservare gesti, ambienti e comportamenti quotidiani attraverso la quale il regista italiano ha saputo raccontare la complessità delle relazioni umane.
La memoria personale e familiare, così presente nelle testimonianze di Karampour e Mayasi, acquista una dimensione diversa in Mustang, il documentario con il quale Kasia Smutniak ha conquistato, insieme a Congo Boy, il Premio del Pubblico Terna. Quando Ferzan Özpetek ha annunciato il riconoscimento, ricordando il rapporto di amicizia che lo lega alla regista, Smutniak è salita sul palco visibilmente emozionata e ha confessato di non essere riuscita a preparare un discorso perché ogni tentativo di scriverlo la faceva piangere. Ha ringraziato le persone che hanno accompagnato il progetto, fra cui Marella Bombini, Ilaria Fraioli, la produzione Fandango e Kunzom Thakuri, figura centrale della comunità del Mustang nepalese.
Il documentario attraversa oltre vent'anni di storia, a partire dal viaggio compiuto nel 2003 da Smutniak e Pietro Taricone in Nepal, del quale sono conservate immagini familiari che acquistano nuovi significati nel confronto con quelle del presente. Da quell'esperienza è nato un rapporto duraturo con la comunità locale, sviluppatosi attraverso un progetto educativo che ha portato alla realizzazione di una scuola. La voce di Sophie Taricone accompagna il racconto dei genitori e delle trasformazioni avvenute dopo la morte di Pietro, mentre le riprese più recenti permettono di seguire il percorso delle persone e del progetto nel corso degli anni.
Durante l'incontro successivo alla premiazione, Smutniak ha spiegato quanto sia stato importante il lavoro di scrittura e montaggio per organizzare materiali tanto personali in una struttura cinematografica. Fra gli episodi raccontati nel film, quello di Tenzin conserva una particolare intensità: quando ha saputo della morte di Pietro Taricone, ha camminato per un'intera giornata per raggiungere un telefono e comunicare a Kasia che i monaci avevano celebrato una puja, una cerimonia buddhista di preghiera, in sua memoria. Ha fatto inoltre costruire uno stupa per ricordarlo.
Il gesto testimonia la profondità dei rapporti nati durante il viaggio del 2003, quando Taricone, curioso ed entusiasta, si avvicinava agli abitanti del luogo con una spontaneità che le immagini conservano ancora oggi. È stato Pietro a desiderare quel primo viaggio e a incoraggiare l'idea di fare qualcosa per la comunità; negli anni successivi, grazie all'impegno di Smutniak e delle persone coinvolte nel progetto, è nata la scuola, che rappresenta la continuità concreta di quell'esperienza. Il documentario segue il trascorrere del tempo attraverso i cambiamenti della famiglia, della comunità e del progetto educativo, affidando al confronto fra le immagini del passato e quelle contemporanee una parte essenziale del racconto.
La questione della forma cinematografica, affrontata da Smutniak a proposito dei materiali familiari, ha trovato un altro sviluppo nelle parole di Diego Luna, premiato per la sceneggiatura di Ceniza en la boca, scritta con Abia Castillo e Diego Rabasa e tratta dal romanzo di Brenda Navarro. Luna ha raccontato quanto sia stato difficile adattare un libro che aveva amato come lettore, perché un romanzo lascia immagini, un ritmo e impressioni personali che non possono essere trasferiti direttamente sullo schermo. La sceneggiatura richiede di scegliere una prospettiva, individuare ciò che può essere conservato e trovare una struttura narrativa capace di sostenere il nuovo racconto.
Nel caso di Ceniza en la boca, la scelta è caduta sul rapporto fra una figlia cresciuta lontano dalla madre emigrata e la donna che l'ha lasciata. L'allontanamento, vissuto dalla ragazza come un abbandono e dalla madre come il risultato di un sacrificio, costituisce il centro emotivo della vicenda. La giuria ha premiato una sceneggiatura capace di affrontare una realtà politica e sociale complessa evitando soluzioni prevedibili e luoghi comuni, mentre le parole di Luna hanno permesso di comprendere il percorso attraverso il quale una storia di migrazione è stata rielaborata a partire dalle conseguenze della separazione familiare.
Fra gli altri riconoscimenti, quello alla migliore opera prima è andato a Clementine Orange, della regista svedese Lisa Forslund, che affronta il rapporto fra desiderio e conoscenza dell'altro attraverso una vicenda sentimentale dalla premessa insolita. Angelica si innamora di un uomo detenuto grazie a uno scambio di lettere e fotografie, ma quando finalmente incontra John deve confrontarsi con una persona diversa dall'immagine che aveva elaborato. La giuria ha apprezzato l'originalità del racconto, l'ironia e la naturalezza con cui vengono affrontati i rapporti affettivi e le differenze sociali. A ritirare il premio, in assenza della regista, è stata la produttrice Elisabeth Marjanović Cronvall, che durante l'incontro con i vincitori ha ricordato anche l'influenza di programmi come Love Is Blind, nei quali l'intimità precede la conoscenza fisica.
Il lavoro di costruzione dei personaggi è emerso anche nelle testimonianze degli interpreti premiati. Paolo Pierobon, migliore attore ex aequo con Anthony Boyle per Brianza di Simone Catania, ha raccontato la libertà interpretativa concessagli da un personaggio ispirato a una figura reale dell'imprenditoria lombardo-veneta, un ambiente nel quale l'intraprendenza può convivere con comportamenti opachi e interessi economici difficili da decifrare. Victoria Luengo, premiata come migliore attrice per Sants di Mikel Gurrea, ha ricordato invece l'originalità di una sceneggiatura attraversata dalla malattia, dai rapporti familiari e da un'insolita vicenda di furti di oggetti sacri.
Le testimonianze raccolte durante la premiazione hanno così permesso di conoscere, insieme alle storie e ai loro protagonisti, alcuni aspetti del lavoro creativo che le ha precedute: la ricerca di una struttura narrativa, il rapporto con i materiali documentari, l'adattamento letterario, le scelte degli interpreti. Un insieme di indicazioni che arricchisce la conoscenza delle opere e offre spunti per proseguire il confronto nei mesi successivi alla manifestazione.
Resta però una questione che riguarda direttamente l'esperienza della Festa e che riporta alle domande formulate durante la presentazione del programma: come orientarsi all'interno di un'offerta tanto vasta e quali strumenti possono aiutare il pubblico a conoscere le opere, le ragioni della loro selezione e i rapporti fra le diverse sezioni?
Il bilancio conclusivo della ventunesima edizione registra 119.788 presenze complessive, 82.238 biglietti emessi fra pubblico e accreditati, 9.500 ingressi agli eventi gratuiti e 28.050 presenze fra red carpet, mostre e altri appuntamenti cittadini. Il programma ha compreso 527 proiezioni e 194 film provenienti da 55 Paesi. Le presenze si riferiscono ad attività differenti e non corrispondono quindi al numero di spettatori distinti; rimane inoltre da chiarire il diverso conteggio fra i circa centocinquanta titoli annunciati a settembre e i 194 riportati nel consuntivo.
Nel bilancio pubblicato il 24 ottobre sul Corriere della Sera, Paolo Mereghetti ha accolto favorevolmente la vittoria di Clio Barnard, riconoscendo nel suo cinema uno sguardo diretto sulla realtà sociale britannica e una sensibilità che richiama la tradizione di Ken Loach, pur conservando una ricerca formale propria. Il critico ha affrontato anche la convivenza, all'interno della manifestazione, fra la dimensione del grande evento cittadino, con le star, il red carpet e le proposte rivolte al pubblico più ampio, e la ricerca cinematografica affidata soprattutto al concorso e a Freestyle.
Mereghetti ha osservato quanto una programmazione di 194 film renda difficile seguire le opere, anche per chi si occupa professionalmente di cinema, con il rischio che titoli meritevoli di attenzione passino quasi inosservati. Paola Malanga, nel bilancio conclusivo, ha sottolineato invece le possibilità offerte dalla varietà della programmazione, raccontando di spettatori che, non avendo trovato posto alla proiezione desiderata, hanno scelto un'altra opera e ne sono rimasti piacevolmente sorpresi.
La curiosità e la scoperta inattesa appartengono certamente al piacere di frequentare un festival, ma l'ampiezza dell'offerta rende importante anche la possibilità di conoscere il programma, approfondire le caratteristiche delle opere e individuare percorsi di visione coerenti con i propri interessi. Sapere qualcosa di più sui criteri della selezione e sulle relazioni individuate fra film e autori potrebbe contribuire a valorizzare ulteriormente il lavoro curatoriale che precede la manifestazione, offrendo agli spettatori elementi utili per orientarsi senza rinunciare alla libertà della scoperta.
Fra i momenti che ha maggiormente apprezzato, Mereghetti ha ricordato Elsinore di Simon Stone, presentato nella sezione Grand Public, e la masterclass di Rodrigo Sorogoyen. Il riferimento a Elsinore invita a riflettere sul rapporto fra le caratteristiche artistiche delle opere e la loro collocazione nel programma, mentre il cinema di Sorogoyen offre un esempio particolarmente interessante di come la tensione narrativa possa nascere dall'organizzazione degli spazi e dal lavoro sugli attori. In As bestas, gli sguardi, le attese e la disposizione dei corpi rendono percepibili i conflitti molto prima che questi esplodano apertamente, affidando al linguaggio delle immagini una parte decisiva del racconto.
Salvatore Nastasi ha richiamato i risultati della partecipazione e le prospettive di crescita della Festa, annunciando per il 2027 una maggiore disponibilità della Sala Santa Cecilia fin dall'inizio della manifestazione. Accanto alle proiezioni, anche le iniziative che portano il cinema fuori dalle sale tradizionali, come MediCinema al Policlinico Gemelli e gli appuntamenti organizzati negli istituti penitenziari, meritano un approfondimento specifico per conoscere le relazioni costruite con i partecipanti e la continuità delle esperienze. Gli incontri e i riconoscimenti a Tessa Ross, Javier Bardem, Julianne Moore, Anthony Ippolito, Nicola Piovani ed Emmanuel Marre hanno inoltre contribuito alla varietà dell'edizione, offrendo occasioni di confronto con percorsi differenti della creazione cinematografica.
Un riferimento particolare merita l'intervento del sindaco Roberto Gualtieri durante la cerimonia, nel quale ha espresso soddisfazione per il record di partecipazione e per la qualità delle opere selezionate, congratulandosi con i vincitori, in particolare per Congo Boy e Mustang. Definendo la festa "la casa del cinema indipendente", Gualtieri ha sottolineato la capacità dei film premiati di anticipare e interpretare i problemi del nostro temp. Ha infine auspicato la disponibilità di nuovi spazi per accogliere il numero crescente di spettatori, confermando l'impegno a far crescere la manifestazione sia nella partecipazione sia nella qualità.
Nell'immagine ufficiale della ventunesima Festa, Monica Vitti appare in una fotografia di Sergio Strizzi scattata sul set de L'eclisse di Michelangelo Antonioni. Il suo corpo si inserisce nelle geometrie dell'EUR, in uno spazio urbano che partecipa all'inquietudine del personaggio, secondo una concezione del cinema nella quale gli ambienti, i silenzi e la durata delle inquadrature acquistano un valore espressivo fondamentale. È un'immagine che richiama anche la necessità di concedere alle opere il tempo dell'osservazione, del confronto e dell'approfondimento.
Oggi la disponibilità immediata di informazioni, anticipazioni, recensioni e materiali promozionali permette di conoscere rapidamente un numero enorme di titoli, ma scegliere che cosa vedere e approfondire richiede comunque tempo e attenzione. In una manifestazione così ricca sarebbe prezioso poter disporre di condizioni che favoriscano un lavoro critico più disteso, con la libertà di confrontare giudizi differenti e di tornare sulle opere senza dover rincorrere continuamente informazioni e appuntamenti.
Il palmarès della ventunesima Festa offre molte occasioni per proseguire questo lavoro. Le opere premiate affrontano questioni sociali, migrazioni, memorie familiari, rapporti affettivi e conflitti collettivi attraverso prospettive differenti, mentre le testimonianze degli autori permettono di conoscere meglio le esperienze e le scelte creative che ne hanno accompagnato la realizzazione. La loro successiva circolazione sarà importante anche per ampliare il confronto critico e consentire a un pubblico più vasto di incontrarle.
La Festa si è conclusa, ma molti film devono ancora essere visti, ritrovati e discussi. Alcuni attendono una distribuzione, altri potranno raggiungere nuovi spettatori nei mesi successivi, quando sarà possibile conoscerli con maggiore agio e sottrarli alla successione serrata degli appuntamenti. La possibilità di continuare a seguirne il percorso riguarda anche il significato del lavoro compiuto da un festival, dalla selezione iniziale fino alle occasioni che le opere potranno trovare dopo la loro presentazione.
L'invito pronunciato da Francisco Vignale durante la premiazione, ricordando il fratello Lucas e il coraggio necessario per raccontare le storie che si sentono importanti, conserva in questo senso una particolare attualità. Il tempo e le risorse necessari per realizzare un film trovano il loro naturale proseguimento nella possibilità che quell'opera venga conosciuta, guardata e discussa, anche molto tempo dopo la conclusione della Festa.
Stefania Proietti per Orizzonti Culturali - Roma Cinema Fest, 24 ottobre 2026