La carica dei 150!
Alla Festa del Cinema di Roma arrivano 150 film da 55 Paesi. Un programma vastissimo, molte strade possibili e una curiosità: conoscere meglio il lavoro che ha guidato la selezione.
Il 25 settembre, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, è stato presentato il programma della ventunesima Festa del Cinema di Roma, in calendario dal 13 al 25 ottobre. Circa 150 film provenienti da 55 Paesi, diciotto titoli in Progressive Cinema – Visioni per il mondo di domani, poi Freestyle, Grand Public, Best of 2026, documentari, serie, restauri, incontri e una rete di appuntamenti distribuiti in diversi luoghi della città.
Paola Malanga ha attraversato una parte consistente del programma raccontando titoli, autori, interpreti e storie. La varietà è evidente e costituisce uno dei punti di forza della Festa. Per chi dovrà seguirla come stampa, però, 150 film pongono anche una questione pratica: nessuno può vedere tutto, e una sinossi o il nome di un autore sono soltanto il primo filtro.
È qui che mi sarebbe piaciuto sapere qualcosa in più del lavoro svolto prima della conferenza: quanti film siano stati visionati, come abbia lavorato il comitato, quali tendenze siano emerse, che cosa abbia sorpreso maggiormente i selezionatori e quali criteri abbiano aiutato a costruire le diverse sezioni. Non la motivazione di ogni singola scelta, ma una visione d’insieme del processo.
Dopo la presentazione ufficiale, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, parlando con la stampa, ha sintetizzato così l’ambizione della manifestazione: «Parliamo di 150 film, 55 Paesi: uno sguardo sul mondo [...] un festival che promuove il cinema indipendente italiano e mondiale [...] per uno sguardo più libero e critico sul mondo».
I 55 Paesi raccontano l’estensione geografica del programma. Saranno i film a dirci che cosa significhi, concretamente, quello «sguardo sul mondo»: quali temi attraversino opere lontane fra loro, quali linguaggi emergano, quali accostamenti siano stati riconosciuti durante la selezione.
Sul rapporto con il pubblico, Salvatore Nastasi ha insistito sulla libertà di scelta: la Festa vuole offrire molte possibilità senza indicare un percorso obbligato. Paola Malanga ha aggiunto che, davanti a un programma così diversificato, il pubblico saprà trovare il proprio percorso.
È una posizione che ha senso. Uno spettatore può partire da un regista, da un attore, da una storia, da un Paese o semplicemente dalla curiosità. Per chi deve raccontare la manifestazione, tuttavia, una traccia generale sul lavoro curatoriale sarebbe utile proprio per scegliere con maggiore consapevolezza. Non per farsi dire quali film vedere, ma per capire meglio la struttura che li tiene insieme e poi restituirla al pubblico.
La parola “indipendente” è tornata più volte durante la giornata. Gualtieri l’ha associata a uno sguardo più libero e critico. In un breve scambio con Luca Muscio,per Orizzonti Culturali, Nastasi ne ha sottolineato anche la dimensione produttiva: «La Festa del Cinema porta esattamente questo, perché, avendo 150 film e avendo per la maggior parte dei produttori italiani produttori indipendenti, è un grande volano per il cinema».
Le due accezioni dell’indipendenza — produttiva e culturale — non sono necessariamente la stessa cosa. Sarà interessante vedere come si incontreranno nei film.
Lo stesso vale per Progressive Cinema – Visioni per il mondo di domani. Il nome del concorso suggerisce già una direzione, ma prima delle proiezioni non possiamo stabilire dove si trovi l’elemento “progressive” nei diciotto titoli. Può riguardare il linguaggio, il racconto, il rapporto con il presente, la rappresentazione delle identità o la forma produttiva. Qui saranno soprattutto le opere a parlare.
Durante il question time è emerso anche il tema delle registe. Sei dei diciotto film in concorso sono diretti da donne e Malanga ha definito lo sguardo femminile «irrinunciabile», estendendo il discorso anche al documentario e alla serialità. Più del dato numerico mi interessa vedere quali differenze di linguaggio e di esperienza emergeranno realmente dai film.
La collaborazione annunciata con la Casa Internazionale delle Donne può offrire un ulteriore spazio di confronto. Anche temi come alleanza, solidarietà, conflitto e sorellanza potranno così essere osservati attraverso opere e incontri concreti, invece che restare parole astratte.
Un altro passaggio interessante è arrivato dalla domanda di Francesca Pierleoni dell’ANSA su star, major e strategie di lancio. Alla richiesta di chiarimenti su Artificial di Luca Guadagnino, Malanga ha spiegato che il film seguiva già un’altra «strategy» e non era quindi disponibile per Roma.
È un dettaglio che racconta molto bene il funzionamento reale di un festival. Il programma nasce da scelte artistiche, ma anche da calendari internazionali, première, distribuzione, strategie promozionali e disponibilità degli artisti. Una selezione non viene costruita nel vuoto.
Anche l’apertura con Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese offre un criterio leggibile: la volontà di iniziare con un film italiano. È un esempio semplice di come una scelta acquisti maggiore significato quando se ne conosce la logica.
La Festa rivendica inoltre una dimensione popolare e metropolitana. Questo aspetto sarà particolarmente interessante da verificare fuori dall’Auditorium, negli ospedali, negli istituti penitenziari e negli altri luoghi coinvolti.
Sul Policlinico Gemelli esiste già un’esperienza strutturata: la collaborazione con MediCinema arriva al decimo anno e comprende proiezioni per pazienti e familiari, incontri con autori e interpreti e attività legate alla cineterapia. Qui l’idea di Festa diffusa ha già una forma concreta e continuativa.
Negli istituti penitenziari sarà invece importante vedere come vengono costruiti gli appuntamenti: quali film vengono portati, chi partecipa, se esiste uno scambio con le persone detenute e quale continuità abbia il progetto. Più della semplice presenza in un luogo, interessa ciò che accade una volta arrivati lì.
L’immagine ufficiale dedicata a Monica Vitti offre un altro elemento riconoscibile dell’edizione. La fotografia di Sergio Strizzi sul set de L’eclisse, all’EUR, richiama il rapporto con Antonioni, la modernità della sua recitazione e una Roma cinematografica fortemente legata al paesaggio e alla trasformazione. Sarà interessante vedere se quell’immagine entrerà anche in dialogo con il programma oppure resterà, legittimamente, un grande omaggio.
Il motivo per cui mi interessa capire meglio il lavoro di selezione è semplice: considero il cinema un serbatoio simbolico. Le immagini contribuiscono a costruire rappresentazioni del corpo, delle relazioni, del potere, della paura, del desiderio, dell’identità e della memoria. Permettono anche di trascorrere qualche ora dentro vite molto lontane dalla nostra. È una funzione culturale e antropologica che rende significativo anche il modo in cui un festival sceglie che cosa rendere visibile.
Ero nella Sala Santa Cecilia come stampa per Orizzonti Culturali. Ho ascoltato, preso appunti e registrato. Riascoltando la conferenza il giorno successivo, la sensazione più netta è stata questa: abbiamo ricevuto moltissime informazioni sui film che vedremo e sulle dimensioni della Festa. Qualche coordinata in più sul lavoro che ha prodotto quella selezione avrebbe aiutato anche noi che dovremo raccontarla.
Perché Tessa Ross e Javier Bardem?
Fra i riconoscimenti della ventunesima edizione ci sono l’Industry Lifetime Achievement Award a Tessa Ross e il Premio alla Carriera a Javier Bardem, due figure molto diverse. Ross ha attraversato alcuni decenni decisivi del cinema britannico e internazionale come produttrice ed executive, lavorando su film come The Millionaire, 12 anni schiavo, La zona d’interesse e Conclave; la Festa le dedica anche una retrospettiva di cinque titoli. Bardem arriva invece a Roma con una carriera internazionale che va da Mare dentro a Non è un paese per vecchi, Biutiful, Skyfall e Dune, e presenterà El ser querido di Rodrigo Sorogoyen nella sezione Best of 2026.
I percorsi spiegano ampiamente il prestigio dei due riconoscimenti. Rimane comunque una curiosità più specifica sull’edizione 2026: perché proprio Tessa Ross e Javier Bardem? Quale elemento delle loro carriere ha portato la direzione artistica a sceglierli quest’anno e quale rapporto, se esiste, stabiliscono con il programma della Festa? I comunicati ufficiali ricostruiscono con precisione i rispettivi percorsi; conoscere anche il pensiero che ha guidato queste due scelte aggiungerebbe un tassello interessante al racconto dell’edizione.
Dal 13 ottobre arriveranno finalmente i film. A quel punto molte delle parole utilizzate durante la presentazione — “indipendente”, “progressive”, “popolare”, “sguardo sul mondo” — potranno essere messe direttamente a confronto con le opere. Sarà anche l’occasione per capire meglio i legami meno visibili: i criteri della selezione, le scelte, le strategie, i rapporti fra cinema e industria, fra programma e territorio, fra ciò che viene annunciato e ciò che accade realmente nei luoghi della Festa.
Anche domande apparentemente semplici, come quella su Tessa Ross e Javier Bardem, appartengono a questa curiosità. Dietro un premio, una retrospettiva, un film d’apertura o la costruzione di una sezione c’è sempre una decisione. Conoscere qualcosa in più di quei passaggi significa entrare nel funzionamento di un festival, non soltanto nel suo cartellone.
Poi ci saranno le proiezioni, gli incontri, le sorprese e, forse, occasioni per immaginare nuovi percorsi e aperture. È anche questo il senso di una manifestazione di queste dimensioni: offrirci, per alcuni giorni, la possibilità di attraversare cinematografie, storie e punti di vista molto lontani fra loro.
Con curiosità, attenzione ai processi e disponibilità a lasciarci sorprendere, possiamo allora entrare nella Festa per quello che può essere davvero: un’occasione rara per guardare il mondo da più punti di vista, con ampiezza, libertà e senza pregiudizi. E, naturalmente, per goderci il cinema.
Stefania Proietti - Orizzonti Culturali - 27 settembre 2026
Paola Malanga - Direttrice artistica Roma Film Fest
Salvatore Nastasi - Presidente della Fondazione Cinema per Roma
Roberto Gualtieri - Sindaco di Roma