Giuseppe Neri in una foto che lo ritrae nella sua giovinezza
Un ringraziamento particolarmente sentito a Francesco Neri per la gentile concessione dell’immagine e per la preziosa disponibilità.
Giuseppe Neri raccontato dal figlio Francesco
Giuseppe Neri raccontato dal figlio Francesco seguendo una trama molto fitta di persone, luoghi, letture, incontri, programmi radiofonici, quadri, riviste.
I nomi arrivano numerosi, spesso richiamati da associazioni che attraversano periodi lontani tra loro e restituiscono una concezione precisa della formazione culturale: contano gli ambienti nei quali si cresce, le intelligenze che si incontrano, le occasioni di confronto, le persone capaci di aprire una possibilità, le opere che modificano lo sguardo e le relazioni attraverso le quali conoscenze ed esperienze si trasmettono. La biografia di Giuseppe Neri affiora dentro questa rete, dalla provincia segnata dalla guerra alle grandi riviste del dopoguerra, dalla letteratura alla Rai, dove quella disposizione alla connessione tra linguaggi e discipline assume una forma concreta e durevole.
Uno dei luoghi iniziali di questa memoria è la casa delle vacanze estive della famiglia Neri a Formia. Francesco ha diciotto-vent’anni e in casa incontra Giuseppe “Peppe” De Santis, uno dei protagonisti del Neorealismo cinematografico italiano, regista di Riso amaro (1949), originario di Fondi e profondamente legato a quel territorio. Tra gli amici di Giuseppe Neri poi c’era Domenico “Mimmo” Purificato, pittore, scrittore, critico e animatore culturale, anch’egli originario di Fondi. Nel 1974 fondò il Premio Fondi “La Pastora”, dedicato alla drammaturgia, allo spettacolo teatrale e alla letteratura.
Francesco ricorda una frequentazione quasi quotidiana nella casa paterna di pittori, scultori, giornalisti, persone per le quali l’arte e la discussione intellettuale appartenevano all’ordinaria esperienza della vita. Crescere in un ambiente del genere significa assimilare precocemente il carattere concreto della cultura, osservando il modo in cui le persone pensano, discutono, modificano un giudizio, mostrano un lavoro, riconoscono una qualità nell’opera altrui, mettono in comunicazione esperienze differenti. La conoscenza circola attraverso queste pratiche informali, si sedimenta nei rapporti, entra nella memoria molto rima di essere organizzata in una teoria.
Nel racconto che Francesco fa del padre compare un altro pittore: Ruggiero Di Lollo, originario di Agnone, in Molise. Arrivato a Roma all’inizio degli anni Sessanta, attraversa l’ambiente artistico della capitale e incontra in quel periodo maestri come Giulio Turcato, Afro e Giuseppe Capogrossi. Successivamente Gaeta, Ponza e Palmarola entrano profondamente nella sua ricerca. Dopo aver sperimentato una pittura materica (i quadri della montagna), lavora ai pannelli nitro su metallo utilizzando vernici a spray per le macchine (opere che piacevano molto in particolare al critico d’arte Giulio Carli Argan). Alla fine degli anni Settanta il maestro Di Lollo dipinge il “Palmarolino”, piccola tela 50 per 70 circa, dalla quale si sviluppò una parte importante della successiva ricerca legata a Palmarola. Il rapporto con il mare diventa progressivamente un elemento centrale del suo linguaggio. Alla produzione di Di Lollo appartiene anche il vasto lavoro dedicato al “Cantico dei Cantici”, affrontato attraverso un numero molto consistente di opere (64 grandi tele a cui Di Lollo lavora per quattro anni). Il naturalista Folco Quilici ha più volte sottolineato la bellezza dell’arcipelago pontino e in particolare proprio di Palmarola, affermando che è “la terra emersa più bella del mondo”.
Gaeta conduce allo storico della letteratura Marcello Carlino, e quindi nuovamente a Giuseppe Neri in quanto il 5 giugno 2026 Marcello e Francesco hanno presentato il libro postumo Il pericolo viene da Kafka di Giuseppe Neri sulla terrazza della pinacoteca comunale “Antonio Sapone” di Gaeta. “Mio padre - ricorda Francesco - era una persona molto generosa e credeva nel valore della cultura in maniera disinteressata. Peppino Neri, come lo chiamavano gli amici più cari, era una persona sempre molto disponibile e pronta a riconoscere l’intelligenza degli altri e a rispettarla, concendendole attenzione senza calcolare preventivamente l’utilità personale che poteva derivarne”.
Giuseppe Neri nasce nel 1936 a Sant’Apollinare, nel Cassinate, provincia di Frosinone, in un territorio attraversato direttamente dalla storia. Durante la Seconda guerra mondiale Sant’Apollinare si trova lungo la linea Gustav, il sistema difensivo tedesco che per mesi arrestò l’avanzata alleata e che fu definitivamente sfondata il 18 maggio del 1944. A seguito di questi eventi, mentre gli alleati avanzano nel territorio, le truppe tedesche in ritirata compiono razzie ed eccidi contro la popolazione civile, colpendo donne, bambini e intere comunità. Nel 1944 Giuseppe ha otto anni. Accanto a stragi ormai entrate stabilmente nella memoria nazionale, il fronte meridionale fu attraversato da numerosi altri episodi di violenza contro la popolazione civile, molti dei quali sono rimasti a lungo circoscritti alla memoria locale. La geografia di questi eccidi supera i confini della sola Ciociaria e segue in larga parte l’andamento del fronte e della ritirata tedesca: Pietransieri (nei pressi di Roccaraso) e Castel di Sangro in Abruzzo dove furono trucidati 138 civili inermi. Le Mole di Paliano, dove il 6 aprile 1944 furono fucilati cinque ostaggi provenienti da Piglio. Vallicella di Ripi, dove nella notte fra il 25 e il 26 febbraio furono uccisi sette civili. Questi episodi, rimasti per decenni nella memoria delle famiglie e dei paesi, sono stati ricostruiti anche attraverso il lavoro di alcuni storici sulle fonti orali e sulle memorie locali.
Il professor Tommaso Baris, docente di Storia contemporanea all’Università di Palermo, ha affrontato in alcune pubblicazioni i tragici eventi che investirono la provincia di Frosinone e il basso Lazio, sviluppando un filone di ricerca già intrapreso da Gabriella Gribaudi, curatrice del volume collettivo (dodici saggi) Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale, pubblicato nel 2003. Tra i lavori di Baris va ricordato Tra due fuochi. Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav, pubblicato da Laterza nello stesso anno e dedicato all’impatto devastante del passaggio del fronte sulle comunità del Lazio meridionale. In quei territori la popolazione civile si trovò esposta da una parte alle brutalità dell’esercito tedesco in ritirata e dall’altra, dopo lo sfondamento della Linea Gustav, alle violenze e agli stupri di massa perpetrate dai reparti coloniali del Corpo di spedizione francese che facevano parte delle forze Alleate, rimasti nella memoria collettiva con il nome di “marocchinate” (soprattutto nella zona di Esperia fra i monti Aurunci).
La guerra appartiene, dunque, all’esperienza infantile di Giuseppe Neri e Francesco conserva, attraverso i racconti della nonna, la memoria delle case distrutte, degli sfollamenti, dei rifugi nelle grotte del Cassinate (nella zona di Vallemaio), delle razzie e delle violenze subite dalla popolazione civile durante il passaggio del fronte, comprese le appena citate “marocchinate”. Il carattere violento e brutale dei due fronti – quello tedesco in ritirata
e quello alleato in avanzata – dà la misura di come la popolazione locale, costretta a vivere fra eserciti, occupazioni, bombardamenti e sfollamenti, abbia attraversato esperienze tragiche e traumi profondi, segnati dalla sensazione di non avere scampo.
Nella memoria familiare resta anche un particolare molto concreto: Giuseppe Neri da bambino, nascosto nelle grotte, aveva imparato a distinguere dal rumore del sorvolo gli aerei da ricognizione da quelli che invece avrebbero realmente sganciato le bombe. L’abbazia di Montecassino fu distrutta dal bombardamento alleato del 15 febbraio 1944.
“Queste esperienze ti fanno diventare adulto presto” osserva Francesco. Quelle esperienze appartengono alla lettura che il figlio dà della precoce maturità e determinazione del padre, della volontà di emancipazione culturale e sociale, dell’esigenza di costruirsi una voce riconoscibile e della sua insofferenza verso comportamenti servili e deferenze interessate.
Sant’Apollinare e il Cassinate sono luoghi che hanno subito drammaticamente gli eventi della guerra. In alcuni casi crescere e trascorrere l’infanzia in situazioni di difficoltà e di disagio può essere lo stimolo che ti spinge a emergere. Nel caso di Giuseppe Neri è stato così. L’esperienza precede in alcuni casi la formazione intellettuale e fornisce strumenti che in seguito trovano una lingua, una forma, un sistema di riferimenti. Proprio gli eventi drammatici legati alla guerra e alla distruzione, vissuti nell’infanzia, l’hanno fatto maturare molto presto e sono la ragione da cui nasce lo stimolo e la voglia di emancipazione culturale. La cultura, lo studio, il sapere erano vissuti come unica possibilità di riscatto e di uscita concreta da un orizzonte sociale ristretto. Se nasci ai confini del mondo e cerchi un motivo di riscatto, se hai costanza e determinazione ce la puoi fare ad emergere. E Giuseppe Neri ce l’ha fatta. Ha cominciato molto giovane a frequentare Roma e a scrivere. Dalla provincia entra progressivamente in contatto con gli ambienti nei quali, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, si svolge una parte importante della discussione culturale e politica italiana. Collabora con Nord e Sud di Francesco Compagna, con Tempo Presente di Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, con Il Mondo di Mario Pannunzio.
Il Mondo , Tempo Presente, Nord e Sud appartengono a una stagione nella quale questo tipo di riviste politico-culturali contribuiscono in modo significativo alla formazione della discussione pubblica e di una parte della futura classe dirigente. Letteratura, politica, economia, meridionalismo, europeismo, storia e critica delle istituzioni circolano dentro gli stessi ambienti. Scrivere su queste testate comporta il confronto con persone dotate di competenze diverse e spesso di livello molto elevato, con una richiesta di precisione e con una qualità del dibattito che forma anche chi vi entra da una posizione inizialmente periferica.
Giuseppe Neri amava, sia come uomo sia come scrittore, ragionare sul filo del paradosso: “sono uno degli uomini più lenti d’Italia – amava dire di sé – perché per percorrere 125 km, cioè la distanza tra Sant’Apollinare e Roma, la tanto agognata capitale, ho impiegato venticinque anni”. Tanto c’è voluto prima dì stabilirsi definitivamente a Roma. La distanza geografica diventa tempo biografico, il dato concreto assume una dimensione ulteriore, l’autoironia contiene anche la coscienza della fatica necessaria per attraversare quella distanza sociale e culturale.
In questa storia entra anche una precisa concezione del tempo. Neri attribuisce alla lentezza della riflessione un valore intellettuale e alla scrittura un carattere artigianale. Queste riflessioni sono state teorizzate da Giuseppe Neri in un breve testo intitolato Elogio della penna stilografica, pubblicato dall’editore Ghenomena nel 2012: una raccolta di brevi considerazi oni che animarono una rubrica all’interno di una trasmissione radiofonica di Rai Radiotre degli anni novanta che Giuseppe Neri tenne per due anni consecutivi all’interno del contenitore “Lampi” (Lampi d’autunno, Lampi d’inverno, Lampi di privamera, a Lampi d’estate) da lui ideato e diretto.
La penna viene pensata come uno strumento capace di accompagnare il movimento della mente, quasi una protesi attraverso la quale il pensiero trova progressivamente un ordine. Le pause fanno parte del procedimento; sulla pagina rimangono interventi, cancellature, segni, ripensamenti. Lo scrittore lavora come un artigiano su un manufatto, corregge, lima, torna su una decisione, osserva il risultato e interviene ancora. La forma definitiva conserva alle proprie spalle quel paziente processo di scelta.
“Lo scrittore, come un avveduto artigiano, nell’elaborare il suo manufatto, corregge, lima, modifica. Lì, sulla pagina, restano le tracce di questi interventi, di queste cancellature che sembrano cicatrici appena cauterizzate, e questi segni, questi freghi, questi ripensamenti - teorizza Giuseppe Neri in Elogio della penna stilografica - stanno a testimoniare l’intenso lavorio, la paziente dedizione necessaria a raggiungere un onesto risultato”.
Nel 1983 Giuseppe Neri pubblica L’uccello di Chagall, romanzo d’esordio che arriverà alla cinquina del premio Viareggio nella sezione opera prima. Si tratta di un romanzo sperimentale che già introduce un rapporto tra parola e pittura, destinato a ricomparire in altre opere successive.
Il pericolo viene da Kafka opera postuma, consente di osservare una prosa costruita attraverso digressioni, ritorni, paradossi, insistenze e un’ironia amara. La pagina richiede tempo e concentrazione, segue un pensiero che apre parentesi, osserva il proprio oggetto da più angolazioni, indugia, ritorna sulle formulazioni. Vi si riconosce una concezione dello scrivere molto precisa e anche una determinata idea del lettore, al quale viene chiesta la disponibilità ad accompagnare il testo nella sua durata e nella densità del ragionamento. La distanza che un lettore contemporaneo può avvertire di fronte a questa misura appartiene legittimamente all’esperienza della lettura e permette anche di interrogare la forma, il tempo e l’idea di letteratura dalla quale quella prosa proviene.
La parola per lo scrittore Giuseppe Neri è sempre stata al centro della sua ricerca e della sua sperimentazione. Non è un caso che per tutta la vita ha lavorato con un mezzo che si fonda sulla parola come la radio in cui molto conta anche il suono che le parole emettono. Infatti, la radio costituisce la parte più estesa della vita professionale di Neri e consente di osservare concretamente la sua idea di comunicazione culturale.
Entrato in Rai nel 1976, lavora all’ideazione, alla progettazione, alla cura e alla conduzione di vari programmi tra cui: Il Paginone, Lampi, Hollywood Party, Stasera dove, Scaffale, Appunti di volo, Galassia Gutemberg, Note azzurre e altri ancora. In questi contesti ritroviamo un approccio in cui arti, letteratura, storia, attualità e musica condividono lo stesso spazio.
“Il Paginone - storica trasmissione della Rai - costituisce una sorta di grande pagina culturale radiofonica. Letteratura, arti figurative, musica, storia, cinema e attualità entrano nello stesso dispositivo e vengono collegate attraverso conversazioni, interviste, corrispondenze e interventi.
Tra i tanti ospiti del Paginone di Giuseppe Neri vi sono stati alcuni tra i maggiori nomi della cultura italiana: da Alberto Arbasino a Renato Guttuso, da Giovanni Arpino a Piero Chiara, da Raffaele La Capria a Goffredo Parise, da Paolo Volponi a Federico Zeri. Molte delle interviste realizzate per Il Paginone da Giuseppe Neri nel suo studio Rai di Via Asiago in Roma sono confluite successivamente nel volume intitolato Il letto di Procuste, pubblicato dall’editore Manni nel 2005 in coproduzione con Rai Eri. Interviste scomode, irriverenti, pungenti, mai accomodanti, attraverso cui l’autore ricostruisce il panorama culturale italiano del secondo Novecento. Sono dialoghi spregiudicati, talvolta polemici, nei quali Giuseppe Neri incontra molti dei protagonisti della cultura italiana del secondo Novecento: Alberto Arbasino, Giovanni Arpino, Giorgio Bassani, Carmelo Bene, Carlo Bernari, Enzo Bettiza, Achille Bonito Oliva, Camilla Cederna, Piero Chiara, Natalia Ginzburg, Renato Guttuso, Raffaele La Capria, Carlo Levi, Luigi Malerba, Giacomo Manzù, Dacia Maraini, Alberto Moravia, Nanni Moretti, Goffredo Parise, Edoardo Sanguineti, Giovanni Testori, Giulio Turcato, Paolo Volponi, Cesare Zavattini, Federico Zeri. Si tratta di interviste che restituiscono una precisa concezione del mestiere dell’intervistatore: il confronto deve essere franco, aperto, capace di sottrarsi tanto al pregiudizio quanto alla compiacenza.
A questo proposito Neri scrive: “Sono convinto che solo attraverso un dialogo franco e aperto si può cogliere il vero profilo di uno scrittore o di un artista”. Aggiunge di essersi avvicinato ai suoi interlocutori senza preconcetti e senza piaggeria, mosso dallo spirito critico e dal desiderio di andare oltre l’immagine pubblica ormai consolidata.
Il titolo Il letto di Procuste acquista allora un significato molto preciso. Le interviste non cercano di adattare l’interlocutore a un ritratto prestabilito e non sono costruite per compiacerlo: conversazioni condotte “con la schiena dritta”, a ciò allude il titolo, nelle quali poteva emergere anche il dissenso garbato dell’intervistatore. In alcuni casi qualche ospite che non gradiva la franchezza, sempre rispettosa, dell’intervistatore arrivò ad alzarsi e ad abbandonare lo studio come fece per esempio Giovanni Testori.
Torniamo ora a uno degli aspetti più innovativi, e per questo anche più coraggiosi, del lavoro di Giuseppe Neri. Il Paginone rappresentò un’esperienza importante nel rinnovamento della programmazione culturale della radio italiana, come ha ricordato anche lo storico della radio, dirigente Rai e collaboratore di Sergio Zavoli durante la presidenza Rai, Franco Monteleone nel volume Storia della radio e della televisione in Italia, pubblicato da Marsilio nel 2003. La trasmissione prevedeva la presenza di ospiti e collegamenti con tutto il mondo, tra cui Parigi, Berlino, Londra e New York. Ne Il Paginone un libro poteva introdurre un quadro, una musica poteva modificare il tempo di una conversazione, un fatto storico poteva essere osservato attraverso la letteratura, una voce proveniente da una città diversa da quella da cui andava in onda la trasmissione poteva entrare nello stesso spazio di ascolto riservato al conduttore Neri. Il collegamento fra discipline produce una conoscenza che nessuna di esse esaurisce singolarmente, perché modifica il modo in cui ciascun oggetto viene percepito quando entra in relazione con un altro.
Walter Benjamin ha aperto alcune delle piste teoriche decisive attraverso cui il Novecento ha interrogato il rapporto fra arte, tecnica, percezione e storia. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica appartiene da tempo al nostro patrimonio critico; Angelus Novus, attraverso le Tesi sul concetto di storia, continua a offrire una delle immagini più fertili per pensare il rapporto fra il corso della storia, ciò che chiamiamo progresso e la quantità di esperienze, perdite, rovine e memorie che esso accumula.
Giuseppe Neri ha lavorato per decenni dentro uno di questi mezzi, la radio, facendone uno spazio di relazione fra linguaggi, discipline e persone. Il Paginone, Lampi, Note azzurre (titolo ispirato all’opera di Carlo Dossi) e le altre trasmissioni alle quali Giuseppe Neri ha dato vita mostrano quanto per lui la cultura fosse inseparabile dalla capacità di creare collegamenti, di accostare materiali differenti, di mettere una voce in rapporto con un’altra, un libro con un quadro, un fatto storico con una musica o con un racconto.
La radio possiede, da questo punto di vista, una qualità particolare. L’assenza dell’immagine concentra l’attenzione sulla voce, sul ritmo, sulla costruzione del discorso, sulle pause, sulla precisione delle parole.
L’ascoltatore non riceve un’immagine già compiuta e deve partecipare in misura maggiore alla costruzione mentale di ciò che ascolta. Questa richiesta di attenzione rende il mezzo radiofonico particolarmente adatto a un lavoro culturale fondato sulla densità del pensiero e sulla capacità di suggerire connessioni senza esaurirle visivamente. Giuseppe Neri ha compreso molto bene questa specificità e l’ha utilizzata come strumento di lavoro, costruendo trasmissioni nelle quali il contenuto e la forma dell’ascolto si sostenevano reciprocamente.
Rudolf Arnheim, tra i maggiori studiosi dell’estetica e del linguaggio radiofonico, individuava nella “cecità” della radio una delle sue principali forze espressive: “la forza della radio consiste nella sua cecità”. L’assenza dell’immagine obbliga infatti l’ascoltatore a costruire mentalmente ciò che la voce, i suoni e le parole evocano. E contemporaneamente pretende l’attenzione dell’ascoltatore.
Ogni tecnologia della comunicazione riorganizza le distanze, la durata, il rapporto con l’opera e la possibilità di accedere all’esperienza degli altri. La radio ha esercitato una funzione enorme proprio nella costruzione di questa simultaneità: ha fatto entrare nelle case voci provenienti da luoghi lontani, musiche, letteratura, discussione politica, teatro, cronaca, storia. Nel lavoro di Giuseppe Neri questa possibilità tecnica diventa anche una scelta culturale precisa. Il Paginone, con la sua apertura a interlocutori, discipline e città diverse, traduce in pratica l’idea che la conoscenza cresce quando elementi lontani vengono messi nella condizione di parlarsi.
Il dialogo fra le arti acquista così un valore cognitivo, emotivo ed esperienziale. Abitua a stabilire connessioni, a riconoscere analogie e differenze, a spostare un problema da un linguaggio all’altro, a verificare quanto cambia un significato quando cambia la forma attraverso cui viene espresso. Neri ha lavorato costantemente in questa direzione: la letteratura non rimaneva confinata alla letteratura, la pittura poteva entrare in una conversazione radiofonica, la storia poteva essere illuminata da una testimonianza, una musica poteva modificare il modo di percepire una parola. Il valore del suo lavoro sta anche nella continuità con cui ha esercitato questa capacità di relazione, facendo della curiosità, dell’attenzione e della precisione strumenti professionali prima ancora che dichiarazioni di principio.
Non tutti stabiliscono le stesse connessioni e nessuno dispone dell’intero patrimonio necessario per stabilirle tutte. La cultura condivisa estende l’esperienza oltre ciò che abbiamo direttamente vissuto: ogni individuo attraversa un tempo limitato, conosce pochi luoghi rispetto alla vastità del mondo, incontra un numero infinitesimo delle persone esistite. Attraverso un romanzo, un dipinto, un film, una musica, una testimonianza storica accediamo per frammenti a esperienze altrui e incorporiamo possibilità di percezione che la nostra sola biografia non avrebbe potuto produrre.
La radio di Giuseppe Neri ha lavorato precisamente su questa possibilità, facendo arrivare all’ascoltatore voci, idee, linguaggi e forme espressive capaci di produrre, nel loro accostamento, significati ulteriori. È anche qui che si riconosce uno dei tratti più rilevanti del suo lavoro: la capacità di far circolare il sapere senza irrigidirlo in compartimenti separati, sollecitando nell’ascoltatore attenzione, curiosità e partecipazione al percorso del discorso.
Il patrimonio dell’immaginario collettivo nasce anche dalla continua rielaborazione di queste esperienze. Ci offre strumenti per interpretare il mondo e, insieme, per percepire la misura dei nostri limiti. Il lavoro di Neri, condotto per anni attraverso trasmissioni, rubriche, interviste e incontri, mostra come questa disposizione possa tradursi in metodo professionale: rigore, ascolto, responsabilità delle scelte, attenzione alle competenze altrui, capacità di mettere in relazione mondi e linguaggi differenti.
In questa prospettiva anche l’abbondanza di nomi nel racconto di Francesco Neri acquista un significato preciso. Ogni persona rimanda a una relazione diversa: un’amicizia, un rapporto professionale, una lettura, un incontro, una collaborazione, una discendenza intellettuale. La memoria del figlio restituisce così anche il modo in cui Giuseppe Neri ha costruito il proprio percorso, dentro una rete di interlocutori, artisti, scrittori, giornalisti, critici e studiosi che la radio gli permetteva di mettere in comunicazione con un pubblico più vasto.
La figura di Giuseppe Neri emerge da questa trama nella sua continuità biografica: l’infanzia a Sant’Apollinare dentro la guerra, il lungo e faticoso percorso verso Roma, le riviste del dopoguerra, la letteratura, gli incontri, la Rai, Il Paginone, Lampi, Note azzurre e le altre trasmissioni da lui ideate, la curiosità per la pittura e l’interesse costante per il confronto fra campi differenti della conoscenza. La costanza del lavoro attraversa tutti questi passaggi.
Francesco Neri ha evidentemente fatto tesoro dei valori respirati in famiglia: la formazione come processo lungo, la serietà professionale, la curiosità, la disponibilità al confronto, la responsabilità delle scelte, l’esigenza di non accontentarsi di una cultura ripetitiva o burocraticamente amministrata. In questo senso il racconto del padre finisce per illuminare anche il percorso del figlio, oggi a sua volta giornalista.
Anche la scrittura di Giuseppe Neri, con la lentezza, il paradosso, la digressione, l’ironia amara e la richiesta di attenzione rivolta al lettore, appartiene a questa storia e può essere valutata nella sua specifica forma, lasciando che ogni opera trovi la propria misura nel rapporto con chi la legge.
Una vita intellettuale lascia libri, articoli, trasmissioni, documenti, conversazioni, occasioni, domande consegnate ad altri. Ricostruire quella di Giuseppe Neri significa attraversare una parte significativa della cultura italiana del secondo Novecento seguendone la concreta circolazione fra provincia e capitale, giornali e università, case private e redazioni, letteratura, pittura e radio.
Giuseppe Neri è stato un uomo del suo tempo, formato dalla guerra, dalla provincia, dalla fatica dell’emancipazione, dalla fiducia nello studio e dall’incontro con ambienti culturali di grande intensità. La sua vicenda personale entra così nella storia collettiva e ne riceve, a sua volta, significato.
Ogni vita prende forma dentro circostanze che non sceglie e attraverso decisioni che le appartengono.
Restano il lavoro compiuto, le relazioni costruite, le idee messe in circolazione e ciò che altri, a distanza di anni, continuano a ricordare. Da qui si può ancora interrogare una persona, in questo caso Giuseppe Neri che, come giornalista, come scrittore e come dirigente della RAI ha sempre lavorato con una grande e rigorosa onestà intellettuale che per lui è sempre stato un valore non negoziabile e che ha sempre segnato il suo modo di vivere la vita e l’arte, entrambi non scindibili e da praticare eticamente, in un interscambio che non ha mai lasciato spazio a compromessi o a cedimenti, come stanno a testimoniare i libri che ha scritto nel corso di tutta la vita.
Stefania Proietti per Orizzonti Culturali - Grosseto, 11 agosto 2026