Pupi Avati e Lina Sastri - Nel respiro dell'amore

Nel respiro dell’amore: il cinema eterno di Pupi Avati


In occasione dell'anteprima mondiale al Bif&st 2026, abbiamo incontrato Pupi Avati per un’intervista esclusiva (pubblicata su Sky TG24) che indaga l'anima della sua ultima opera: Il tepore del ballo. Un film che vive della magistrale interpretazione di Massimo Ghini nel ruolo del protagonista Gianni Riccio, affiancato da un cast d'eccezione che vede Isabella Ferrari, Raoul Bova e Giuliana De Sio dare volto a un racconto di caduta e redenzione.
Un capitolo a parte merita la straordinaria Lina Sastri: in questo spazio vi proponiamo un approfondimento dedicato all'attrice, capace di incarnare quella "mancanza" e quel respiro d'amore che permeano l'intera pellicola. Tra le mura del Teatro Petruzzelli, il maestro Avati ci conduce ancora una volta nei meandri della memoria e dei sentimenti più autentici.

 

PUPI AVATI AL BIF&ST - Ritratto di Luca Musk

 

Pupi Avati al Bif&st: contro il cinismo, il ritorno ai sentimenti veri

Il 25 marzo, al Bif&st, nella sezione serale Rosso di sera al Teatro Petruzzelli, Pupi Avati presenta Il tepore del ballo: un film che sembra andare in direzione opposta rispetto al tempo in cui viviamo.

Il mattino successivo, il regista incontra la stampa. È lì che prende forma un discorso lucido, a tratti disarmante, sul senso delle emozioni oggi e sulla loro progressiva trasformazione in spettacolo.

Emozioni esibite, emozioni svuotate

Si parte da una riflessione: oggi i sentimenti sembrano sempre più messi in scena, consumati pubblicamente, quasi esibiti. Nel film, il pubblico appare affamato delle emozioni altrui, come se non fosse più in grado di vivere le proprie.

Avati non risponde in astratto, ma entra subito nel cuore del racconto.

Il protagonista, spiega, è un uomo che ha costruito tutta la propria esistenza sul successo televisivo, al punto da considerarlo l’unico valore possibile. Una convinzione così radicale da fargli sacrificare tutto il resto.

Ma a un certo punto qualcosa si incrina.

Il personaggio arriva a riconoscere che quella visione era profondamente sbagliata: ha guardato la realtà con parametri falsi, ha dato peso a ciò che non lo meritava. È lì che si apre una crepa — e da quella crepa nasce il ritorno.

Un ritorno che non è programmato, ma quasi casuale: alle origini, a Jesolo, e soprattutto al primo amore. Non come nostalgia, ma come possibilità concreta di rimettere ordine dentro di sé.

Avati sottolinea come il protagonista arrivi a un gesto radicale: rinunciare alla televisione, quindi al successo, pur di restare fedele a quel bisogno autentico.
E in quella scelta — nel momento in cui riconosce che “quei due ragazzi non ci sono più” — si concentra, secondo il regista, uno dei punti più alti del film.

La maschera che si scioglie

Tra le immagini più forti del racconto c’è quella della doccia, quando il protagonista sente colare via la propria maschera.

Un passaggio che richiama apertamente il cinema di Luchino Visconti e in particolare La morte a Venezia: anche qui, il volto non è più superficie, ma qualcosa che si sgretola, rivelando ciò che c’è sotto.

È il momento in cui la rappresentazione cede, e resta solo la verità.

Fragilità come spazio, non come limite

Il discorso si sposta poi sui personaggi femminili, a partire da Anna, interpretata da Isabella Ferrari.

Si osserva come la sua fragilità — il pianto continuo, l’instabilità emotiva — non la renda debole, ma al contrario decisiva.

Avati ribalta la prospettiva: la fragilità, sostiene, è un sentimento che arricchisce.
Le persone fragili, timide, irrisolte, portano dentro di sé spazi enormi, vuoti che non riescono a colmare ma che le rendono profondamente ricettive.

Quando incontrano qualcuno che si trova in una condizione altrettanto delicata, può nascere un punto di contatto autentico.
È in quello spazio che si apre, anche solo per un attimo, la possibilità di una seconda occasione.

Un’illusione, forse. Ma necessaria.

Donne e realtà, uomini e fuga

A partire da qui, emerge una lettura più ampia.

Le figure femminili sembrano avere un rapporto più diretto con la realtà: accolgono, sopportano, affrontano. Non si nascondono.

Gli uomini, invece, appaiono spesso più inclini a costruirsi una narrazione alternativa, una realtà parallela che li protegga dal confronto con se stessi.

È una linea che attraversa il film e che si collega a un tema più generale: la difficoltà contemporanea di stare dentro la verità delle cose.

Contro il cinismo del presente

Nel corso dell’incontro, anche alla luce di quanto emerso durante il festival, si delinea un contrasto forte tra il cinema di Avati e il clima contemporaneo.

Il suo film sembra opporsi a una deriva cinica, dove tutto viene consumato rapidamente, anche il dolore, anche l’intimità.

Qui, invece, il racconto rallenta, si concentra sui legami, sulle perdite, sulle possibilità mancate.

Se oggi la tendenza è trasformare tutto in spettacolo — anche il sentimento — Avati sceglie di fare il contrario: riportare il sentimento a una dimensione vissuta, imperfetta, non esibita.

Un finale che non consola

Il finale del film non offre una chiusura rassicurante.

Non c’è una vera ricomposizione, ma piuttosto la consapevolezza di ciò che è stato e di ciò che non può più essere.

È una scelta coerente con tutto il percorso: non addolcire, non semplificare, non offrire scorciatoie emotive.

La verità, sembra suggerire il film, non è mai consolatoria.

Il rinnamoramento: salvezza o illusione?

Avati introduce anche un tema delicato: quello del “rinnamoramento”, soprattutto nella parte finale della vita.

Non lo presenta come una soluzione definitiva, ma come una possibilità fragile, sospesa tra verità e illusione.

Può essere una forma di salvezza, oppure l’ultima occasione che ci concediamo per sentirci ancora vivi.

Il contrario del cinismo

Alla fine, il film lascia una domanda aperta:
qual è oggi il vero contrario del cinismo?

Non sembra essere l’innocenza — troppo distante, forse irrecuperabile.
Piuttosto, qualcosa di più complesso: una forma di pietà, di comprensione profonda verso le fragilità umane.

È lì che il cinema di Avati continua a muoversi.

Contro il tempo, ma senza nostalgia.

Stefania Proietti - Orizzonti culturali

Lina Sastri al Bif&st - Ritratto di Raffaella Fasano

Sastri al Bif&st: tra il film di Avati e il dolore che diventa racconto

Al Bif&st, nella sezione serale Rosso di sera al Teatro Petruzzelli, Il tepore del ballo di Pupi Avati arriva come uno di quei racconti che non si limitano a seguire una storia, ma scavano nelle crepe dei personaggi.

Tra i protagonisti c’è Lina Sastri, che accetta il confronto senza scorciatoie, entrando nel merito del film ma anche — inevitabilmente — di qualcosa di più personale.

Un personaggio centrale, ma non “definibile”

Nel film, la zia di Gianni Riccio (Massimo Ghini) è una presenza decisiva: lo cresce dopo la morte dei genitori e resta accanto a lui quando tutto crolla, tra fallimento professionale e resa dei conti con il passato.

Si propone allora una lettura: quella di una figura che tiene insieme il protagonista, quasi un punto di salvezza.

Lina Sastri: non si lascia incasellare in questa interpretazione.
Sottolinea che Pupi Avati racconta molti aspetti della vicenda e che i personaggi non possono essere ridotti a una funzione precisa.

Il senso della famiglia c’è, ed è anche incarnato dalla zia, ma non esaurisce il personaggio.
La storia resta più ampia, più articolata, più aperta.

E in questa risposta si coglie anche una difesa implicita del lavoro corale: nessun ruolo è “più importante” degli altri, tutto contribuisce al disegno complessivo.

Le donne secondo Avati: capire, approfondire… castigare

Quando il discorso si sposta sui personaggi femminili, emerge uno dei passaggi più interessanti.

Si osserva come il regista sembri attraversare le figure femminili con una sensibilità particolare.

Lina Sastri: conferma, ma aggiunge una sfumatura decisiva:
“le capisce, le approfondisce e le castiga”.

È una frase che apre un campo di lettura.

Da una parte, le donne nei suoi film sono complesse, mai superficiali, costruite con uno sguardo che entra davvero nella loro interiorità.
Dall’altra, vengono esposte a tensioni forti, a scelte che lasciano segni, a conseguenze che non vengono mai attenuate.

Si suggerisce allora che questa “castigazione” possa essere letta anche in relazione ai contesti in cui questi personaggi si muovono: spesso dinamiche familiari e affettive intense, talvolta legate a un immaginario tradizionale, dove il conflitto diventa inevitabile.

E tuttavia, proprio lì, emerge anche l’altro lato:
una consapevolezza che le rende capaci di affrontarsi senza nascondersi.

Gli uomini: una fuga, o una fragilità?

A partire da questa analisi, si propone una lettura dei personaggi maschili: uomini che sembrano spesso sfuggire a se stessi, costruire identità parallele pur di non guardarsi davvero.

Lina Sastri: accoglie la suggestione e la traduce in modo netto:
gli uomini sono “come figli”, con tutte le loro debolezze.

La mancanza: il pomeriggio, il corto, la verità personale

La giornata del 25 marzo non si è esaurita con la presentazione serale del film.

Nel pomeriggio, alle ore 16:00, al Multicinema Galleria, Lina Sastri ha presentato fuori concorso il suo cortometraggio La mancanza

È un altro spazio, un altro clima.

Il corto è dedicato al fratello, Carmine Sastri, e nasce da un’esperienza diretta, non filtrata.

Lina Sastri: racconta quanto questo lavoro sia stato per lei profondo, necessario.
Un modo per dare forma alla perdita, per attraversarla senza semplificarla.

L’immagine della bara: ciò che ritorna

Nel film di Avati, la presenza della bara è evidente, visivamente forte.

Quell’immagine, osservata durante la visione, entra inevitabilmente in relazione con il racconto personale dell’attrice e con La mancanza.

Il collegamento emotivo è chiaro.

Cinema e vita, in questo caso, non restano separati.

Due piani che si intrecciano

Alla fine, ciò che emerge non è solo un’intervista, ma un doppio movimento.

Da una parte il cinema di Avati, con i suoi personaggi fragili, spesso mai risolti.
Dall’altra Lina Sastri, che nello stesso giorno porta al festival anche una parte profondamente personale.

Due livelli diversi, ma uniti da qualcosa di preciso:
la volontà di non semplificare mai le emozioni.

Ed è proprio lì che il racconto diventa vivo.

Stefania Proietti - Orizzonti culturali