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KASHIA SMUTNIAK AL BIF&ST - TRA ARTE E REALTA'
Al Bif&st 2026, la presenza di Kasia Smutniak non si è limitata al ritorno di un’attrice premiata e riconosciuta. Il suo intervento ha attraversato, con rara lucidità, alcune delle questioni più vive del cinema contemporaneo: il racconto del femminile, il rapporto tra immagine e realtà, la libertà creativa, il rischio, il caos, la responsabilità di chi sceglie di guardare e di far guardare.
Il primo punto forte del suo discorso riguarda Nelle tue mani di Peter Del Monte, film che Smutniak rilegge non solo come tappa d’inizio, ma anche come momento ancora oggi decisivo nella rappresentazione della maternità. Ciò che rivendica è soprattutto l’onestà di quel racconto: una maternità non idealizzata, non rassicurante, non costruita per confermare uno stereotipo, ma attraversata da dubbio, inadeguatezza, persino dalla possibilità del rifiuto. È proprio questa complessità, ha detto, a rendere quel film quasi rivoluzionario per il cinema italiano: il fatto di aver mostrato una donna senza addolcirne i conflitti, senza trasformarla in figura esemplare o consolatoria.
Il punto, però, non è solo il personaggio. Smutniak lega quel ruolo a una coincidenza biografica precisa: in quel periodo era appena diventata madre e stava vivendo in prima persona quella stessa scoperta, quella stessa incertezza sul sentirsi o meno all’altezza. Da qui nasce una delle linee più interessanti del suo intervento: il femminile, per essere raccontato davvero, non deve essere ridotto a formula, ma restituito nella sua verità instabile, nel suo silenzio, nelle sue contraddizioni. E insieme a questo arriva una posizione netta, mai ideologica: non crede che le donne debbano essere raccontate solo da altre donne; crede piuttosto nella sensibilità, nella curiosità, nella capacità di osservazione. Ha lavorato, dice, con registi uomini capaci di guardare il femminile con profondità e con registe donne meno interessate a farlo. La linea di confine, dunque, non passa dal genere, ma dallo sguardo.
Da questo nucleo si capisce meglio anche il senso di Mur, il documentario che segna il passaggio alla regia. Non come svolta di carriera pensata a tavolino, ma come urgenza. Smutniak lo dice chiaramente: voleva raccontare un fatto che nessuno stava raccontando. Al centro c’è il confine tra Polonia e Bielorussia, la costruzione del muro, l’impossibilità di avvicinarsi a quella zona, il tentativo di rendere invisibile ciò che stava accadendo. Per entrare in quel territorio si finge giornalista, attraversa una soglia proibita, prende su di sé il peso di quello che vede. Non parla di una regia “altra” rispetto al suo lavoro precedente: dice piuttosto che ha sempre fatto la stessa cosa, cioè prendere in carico delle storie. Quello che è cambiato è il rapporto tra finzione e realtà: a un certo punto, racconta, la realtà è diventata più forte, più urgente, perfino più interessante della finzione.
È qui che il suo discorso diventa insieme artistico e civile. Non perché faccia proclami, ma perché mette il cinema davanti a una responsabilità. A un certo punto racconta che le sceneggiature che continuavano ad arrivarle non avevano quel quid che ti convince, soprattutto se lette a fronte degli eventi della vita reale, rispetto a ciò che stava succedendo nel mondo. Le sembrava che il cinema, in qualche modo, stesse sviando, stesse evitando le vicende vere delle persone. Non nega la complessità di fare film su certi temi, ma rivendica la necessità di non distogliere lo sguardo. È la stessa idea che ritorna quando dice che la bellezza non può essere separata dalla realtà e che il cinema, proprio perché è immagine, deve interrogarsi anche sul rischio di estetizzare il dolore. La differenza, sottolinea, sta nell’intenzione: se l’immagine serve a comprendere, a creare empatia, allora può diventare uno strumento etico; se invece allontana, diventa pericolosa.
Accanto a questa dimensione civile ce n’è un’altra, altrettanto centrale, che riguarda la libertà creativa. Smutniak insiste molto sul caos, ma non nel senso banale del disordine. Lo considera una forma di creatività, qualcosa che può essere anche distruttivo ma che resta necessario perché rompe la ripetizione, costringe a rimettersi in gioco, libera dalla costrizione di essere sempre perfetti. In questo c’è un rifiuto molto netto dell’automatismo, del già visto, del “fare sempre lo stesso film”. Dice di essersi liberata proprio da quella schiacciatura, da quella sensazione di ripetersi, e di avere bisogno invece di incertezza, di rischio, perfino della possibilità di essere ridicola, pur di restare viva nel lavoro. È un’idea di creazione che non cerca garanzie, ma espone l’artista a una trasformazione reale.
Questa stessa postura ritorna quando parla del suo sguardo da spettatrice. È un passaggio prezioso, perché chiarisce bene il legame tra la sua idea di cinema e la sua idea di libertà. Si definisce, di fatto, una spettatrice severa: guarda raccordi, battute, dettagli sullo sfondo, ma nello stesso tempo dice di desiderare soprattutto la sorpresa. Vuole essere travolta da ciò che non conosce, non capire subito ciò che sta vedendo, non sentirsi rassicurata da un percorso già leggibile. Ciò che cerca non è il controllo, ma l’emozione. In questa tensione tra attenzione tecnica e desiderio di smarrimento c’è molto del suo modo di stare nel cinema: non una pratica decorativa, ma un’esperienza che deve ancora poter scuotere, spostare, mettere in crisi.
Molto netta è anche la riflessione sulla differenza tra cinema e serie. Non è un rifiuto semplicistico del formato seriale, ma una presa di posizione sul tempo del consumo. Smutniak osserva che una serie dura anni per chi la realizza, mesi e mesi di vita, e può essere invece consumata in una sera da chi guarda, salvo poi essere dimenticata nel giro di poco tempo. Questa rapidità, questa facilità di consumo, la disturba. Nel cinema riconosce ancora una sorta di consacrazione: lo schermo, il fatto di uscire di casa, il tempo dedicato, la densità dell’esperienza. Per questo continua a considerarlo un “mestiere magico”: qualcosa che può sembrare perfino folle, ma che lascia tracce, che resta. Ogni film, dice, è in qualche modo “per sempre”.
Alla fine, quello che emerge dal suo intervento non è soltanto il profilo di un’attrice che ha scelto di dirigere, ma quello di un’artista che sta ridefinendo il proprio rapporto con il racconto. La recitazione, dice, è stata la sua casa; la regia è arrivata come un’urgenza. E tra le due non vuole scegliere, perché le considera due linguaggi differenti ma ugualmente necessari per dire ciò che sente. È una posizione molto bella perché non oppone, non separa, non crea gerarchie: tiene insieme. E forse è proprio questo il centro del suo discorso al festival. Tenere insieme il femminile e il reale, la libertà e la responsabilità, il caos e la forma, l’emozione e il pensiero. Tenere insieme la bellezza e ciò che la bellezza non deve avere paura di guardare.
In questo senso, la presenza di Kasia Smutniak al Bif&st 2026 ha avuto un peso che va oltre l’occasione festivaliera. Non perché abbia offerto risposte semplici, ma perché ha rimesso al centro una domanda essenziale: che cosa può ancora fare il cinema, quando decide di non proteggersi, di non ripetersi, di non distogliere lo sguardo? La sua risposta non è teorica. Sta tutta nel modo in cui sceglie di lavorare: prendere in carico le storie, rischiare, lasciarsi cambiare, restare umani.